“Penelope Poirot e l’ora blu” di Becky Sharp

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Penelope Poirot e l’ora blu – 2018

Delizioso questo terzo appuntamento col mistery di Becky Sharp. Dopo Penelope Poirot fa la cosa giusta (2016) e Penelope Poirot e il male inglese (2017), entrambi editi da Marcos y Marcos, Penelope Poirot viene coinvolta nell’omicidio del marito di Edelweiss Gastaldi, una anziana signora da sempre a capo di una potente famiglia del borgo di Corterossa, tra Piemonte e Liguria, durante i festeggiamenti del settantesimo compleanno di quest’ultima, all’ora blu del giorno. Corterossa è anche il paese in cui Velma Hamilton, l’efficiente e distaccata segretaria di Penelope, trascorreva le vacanze da bambina a casa dei nonni, in compagnia della sua amica Sveva con cui giocavano “alle fate”. Qualcosa di quell’antico fascino misterioso dei giochi infantili inventati sulle rive del lago, è rimasto anche in Velma adulta che si troverà ad affrontare il passato entrando suo malgrado perfino nella lista dei sospetti colpevoli. Soltanto grazie alle spiccate doti investigatrici che le vengono dalle importanti origini, Penelope Poirot riuscirà anche in questo caso a venire a capo dell’indagine.

«Cielo, bisogna sventare un delitto: presto! Su che basi, mi chiede? Non conosce il sangue che mi scorre nelle vene? Mi chiamo Poirot: Penelope Poirot».

“Si deve ammettere, si deve”, che il personaggio uscito dalla penna dell’autrice non delude neanche questa volta al contrario, il romanzo diverte e si lascia apprezzare per la raffinatezza dello stile narrativo e il diletto della lettura.

 

Marcos y Marcos edizioni – Pagine: 300 – Prezzo: 18.00€

VOTO: voto 5

 

Leggi l’intervista all’editore.

“La principessa di ghiaccio” di Camilla Läckberg

La principessa di ghiaccio
La principessa di ghiaccio – 2018

Talvolta faccio un blitz tra i libri delle grandi catene editoriali e trovo qualcosa di interessante. Questo libro della scrittrice svedese Camilla Läckberg – uscito in Svezia nel 2002 col titolo originale Isprinsessan e riproposto da Feltrinelli quest’anno – è il romanzo di apertura di una (lunga) serie di polizieschi ambientati nel paesino in cui l’autrice è cresciuta, dal nome quasi impossibile di Fjällbacka sulla costa occidentale svedese. Uno dei punti forti del giallo è proprio l’ambientazione nella ridente cittadina, con gradevolissime descrizioni dei personaggi che vivono là e nei paesini limitrofi, tra cui i protagonisti: Erica Falck, trentacinquenne scrittrice con il pallino dell’investigazione e Patrik Hedström, suo coetaneo poliziotto che la conosce fin da bambini e la corteggia da sempre. L’indagine sulla morte della bella e giovane amica di Erica, Alexandra Wijkner è l’occasione per i due di iniziare una relazione amorosa.

La trama è articolatissima e la lista dei sospettati molto lunga. Ogni passaggio nello sviluppo dell’indagine è costruito con grande capacità e l’assassino, per una volta, non si capisce fino alla fine. La vita personale di Erica si mescola molto bene con le circostanze che vanno chiarite per appurare i fatti che hanno portato alla morte di Alex. Da subito si viene coinvolti nella storia che comincia quando proprio Erica scopre il cadavere dell’amica posto nella vasca da bagno con i polsi tagliati, l’acqua gelata e il viso livido ma sempre bellissimo. La scena del ritrovamento è da grande apertura di sipario, con il contrasto tra il bianco dell’acqua ghiacciata e il rosso del sangue e si scoprirà subito che l’apparente suicidio è un omicidio che affonda le sue radici nel passato di Fjällbacka.

«La casa era deserta, vuota. Il gelo penetrava in ogni recesso. Nella vasca si era formata una sottile pellicola di ghiaccio, e lei aveva cominciato ad assumere un aspetto bluastro. Gli parve che somigliasse a una principessa, lì stesa. Una principessa di ghiaccio.»

Lo stile è scorrevole nonostante la lunghezza dell’indagine e si ottiene il tipico effetto del lettore tenuto sulle spine fino all’ultima pagina del libro. I tratti ironici riferiti ad alcuni personaggi come il commissario Mellberg convinto di essere un acutissimo poliziotto e la stessa Erica alle prese con chili di troppo, ricerca dell’uomo ideale e della biancheria giusta per conquistarlo, e il richiamo a caratteristiche dell’animo umano tra le peggiori a tutte le latitudini e in tutte le classi sociali oltre a valori morali messi in second’ordine rispetto al dovere di “facciata” che dietro la sua coltre di perbenismo copre ogni bassezza, fanno di questo esordio del “giallosvezia” un ottima lettura non solo per gli appassionati del genere.

 

 

Marsilio Edizioni – Pagine: 458 – Prezzo: 14.00 €

 

VOTO: voto 5

“Camminare – Un gesto sovversivo” di Erling Kagge

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Camminare – 2018

La capacità di camminare è la conquista che ha permesso all’uomo di evolversi sopra tutte le altre specie viventi. “Mettere un piede davanti all’altro” sembra una cosa scontata, una volta che abbiamo imparato a farlo, ma stiamo perdendo la percezione delle tante sensazioni positive che camminare dà al corpo e soprattutto alla mente.

 

In questo breve saggio dalla piacevolissima lettura Erling Kagge, autore norvegese conosciuto principalmente per essere stato il primo uomo a raggiungere in solitaria il Polo Sud oltre che essere andato al Polo Nord e aver scalato la cima dell’Everest – quindi uno che di cammino se ne intende non poco, elogia il camminare come attività sovversiva rispetto all’uso dell’automobile e allo spostamento veloce in generale. Soprattutto se viviamo in città la quotidianità diventa sempre più frenetica mentre avremmo crescente bisogno di rallentare, guardarci intorno, percorrere la nostra strada con calma, in silenzio, godendo dei doni che la natura ci offre.

«Camminare dà un senso di libertà. È contrario a tutto quel che spinge “più veloce, più in alto, più forte”. Quando cammino tutto si muove più lentamente, il mondo sembra ammorbidirsi, e per un breve momento non inseguo i miei impegni quotidiani: i lavori di casa, le riunioni, la lettura di manoscritti in ufficio. Camminare è una zona franca.»

L’autore sostiene che il mondo è organizzato per tenerci fermi seduti, in modo da produrre di più, concentrati al lavoro per otto ore medie al giorno, oppure nel traffico, oppure per consumare pasti che contengono più calorie di quante il nostro organismo richieda, gravando sull’ambiente e sulla nostra stessa salute. Si sofferma anche su alcune riflessioni su come i governi controllino meglio un popolo di seduti, su quanto i politici evitino di camminare tra le persone, su come ogni rivoluzione inizi da una marcia di un corteo che cammina per le strade. Sul camminare il libro accende diversi riflettori a illuminare punti di vista interessanti e stimolanti un pensiero diverso, appunto sovversivo di questo gesto. Lo stile franco e suggestivo, ma anche fermo quando dichiara l’importanza del camminare nella vita di ognuno, fa l’elogio di questa attività rimarcando il legame che attraverso i nostri piedi manteniamo con la natura, e ricordando che chi cammina gode di una maggiore salute, è più creativo, trova soluzioni e supera le emozioni negative come lo stress e la rabbia.

«Più cammino e meno sento la distinzione tra corpo, mente e ambiente intorno a me (…) La natura e il corpo acquisiscono una lingua comune e diventano un’unità.ci sono diversi modi per raggiungere un simile stato. Si può digiunare, meditare, prendere una pasticca o pregare, ma a me succede camminando.»

Einaudi editore – Pagine: 130 – Prezzo: 13.00€

VOTO: voto 4

“Certi ricordi non tornano” di Dario Pontuale

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Certi ricordi non tornano – 2018

Michele è un giovane operaio che da sempre vive in un quartiere, il Barrio, una sorta di villaggio cresciuto negli anni dove il Fiume crea un’ansa, in una zona che un tempo era  industriale, ma dove adesso è rimasta solo quella vecchia fabbrica di liquori che, insieme a un gruppetto di ex operai, ha occupato. Di questo spazio autogestito, divenuto la Fortezza dopo che un writer dai capelli rossi vi ha dipinto un’opera di street art, ultimo baluardo di una resistenza operaia alla “fuga” di investimenti all’estero, Michele è componente del direttivo, una specie di capo, un riferimento per gli altri lavoratori.

«Uno spazio abitato non è un insieme di costruzioni, bensì una comunità di viventi che ne determinano l’essenza con il loro modo di popo­larlo.»

È con l’occupazione dello stabilimento industriale che Michele esprime un sentimento di innata ribellione, di decisa caparbietà nel resistere a situazioni difficili; una caratteristica già manifestata con un piccolo atto vandalico che risale a quando era adolescente e che gli ha dato l’occasione a sedici anni di conoscere un uomo più anziano, il signor Alfiero che abita nel suo palazzo, anch’egli a suo modo rivoluzionario, ma del genere “tranquillo”.

La trama si svolge tra la quotidianità della collettività del quartiere con Michele e Alfiero che hanno aperto una biblioteca, la prima del Barrio e la gestiscono insieme realizzando un sogno comune, e la questione contingente dell’occupazione della fabbrica che si è conclamata atto illegale richiamando il presidio costante di volanti di polizia da cui Michele, ormai con una moglie e un figlio che lo aspettano a casa, deve nascondersi. Gli eventi avranno sviluppi che si spingono nel poliziesco con tratti di suspense e un finale non rivelabile, ma senza mai perdere di vista la dinamica del colloquio interno e la poesia dei sentimenti.

Verrebbe da definire questo romanzo “popolare” nel senso che sviscera con un’accuratissima descrizione dell’animo umano, alcuni tra i sentimenti più veri dei personaggi che vivono al Barrio in particolare con il legame sempre più profondo che si crea tra Michele e il signor Alfiero da cui il giovane assorbe una saggezza che solo tra le persone semplici e oneste si può trovare.

Le parole sono molto importanti nella narrazione eseguita dall’autore con continui va-e-vieni cronologici per regalare al lettore una maggiore enfasi al significato che quelle stesse parole, scelte con cura, hanno nella circostanza descritta. Tra gli altri si sofferma sul concetto di resilienza: quella straordinaria capacità che le persone hanno di trovare il meglio dentro se stessi e convertire a favore quella che era stata una condizione negativa. In altri termini, saper superare gli ostacoli che la vita mette lungo il cammino, trovando una forza più evoluta della pura resistenza e raggiungendo una consapevolezza che dà la carica per andare avanti. Il signor Alfiero dimostrerà di essere resiliente quando scoprirà di soffrire della malattia che consuma i ricordi e con quelli l’esistenza stessa. Nel tessuto narrativo si diffonde come per osmosi l’evoluzione della malattia di Alfiero che giorno dopo giorno gli ruberà inesorabilmente un pezzetto di vita mentre Michele, costretto dalla parola data a essere l’unico custode del terribile segreto, imparerà dal vecchio amico la vera essenza della resilienza, da conservare e mettere a frutto quando il momento lo richiederà.

«Se è vero che nella vita bisogna accumular ricordi perché sono gli unici necessari, allora l’esistenza di Alfiero si vanificava come una candela accesa da ambo i lati.»

Abbiamo già conosciuto Dario Pontuale autore di romanzi – e non solo critico letterario e saggista – e ci ha abituati a uno stile talvolta malinconico talvolta ironico, con cui dipinge le relazioni profonde tra persone di diversa età e di comune sensibilità d’animo. Ritroviamo nelle sue storie e soprattutto nei ritratti dei personaggi – che per ovvie ragioni spesso sono avanti con gli anni, – la bellezza delle piccole cose, la sincerità delle relazioni senza secondi fini, la nostalgia del passato raccontato dagli anziani con autenticità di bambini, perché i ricordi «in fondo sono l’unica cosa bella che ci resta».

 

CartaCanta editore – Pagine 144 – Prezzo: 13.00€

VOTO: voto 4

“I Racconti dell’Inquilino” di Andrea Frattali

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I Racconti dell’Inquilino – 2018

Chi è l’Inquilino? Dove abita? Come si comporta? Ecco alcune delle domande che vengono sollevate istintivamente all’approccio alla lettura di questa raccolta di racconti. La risposta è presto data, suggerita anche dall’opera riportata in copertina (Convivenza di Danilo Ombres) – e ciò che si intuisce del “protagonista” del libro corrisponde a qualcosa che tutti noi sappiamo, ma che spesso ci adoperiamo per tenere sotto controllo.

L’autore lo chiama Inquilino, secondo la sua esperienza di vita che ha ispirato la scrittura, ma per noi altri potrebbe essere quello che comunemente si dice “lato oscuro”, “alter ego” oppure Ombra per riferirci a Jung. Comunque la si chiami, è una presenza innata dell’individuo: quel lato della personalità meno nobile, che ci fa desiderare di compiere azioni riprovevoli che rimarranno solo fantasie, per fortuna, nella maggior parte dei casi. L’Inquilino abita nella nostra mente, nella nostra coscienza. Rimane quasi sempre nascosto, la sua violenza latente, la sua forza sopita. Ma cosa succederebbe se l’individuo si trovasse in circostanze tanto assurde quanto pericolose? Se fosse disposto a tutto per sopravvivere, l’Inquilino rimarrebbe buono nel remoto angolo della mente?

«Una sensazione che finora non avevo mai provato. Un sibilo corre veloce da tempia a tempia, richiamandomi in un’altra dimensione. Neanche le mura della cucina ormai possono isolarmi dai miei carnefici. Per poter avere uno spazio tutto mio, decido di crearne uno dentro di me.»

I Racconti dell’Inquilino sono legati da questo fil rouge: la libera e spregiudicata espressione della parte più “nera”, violenta e immorale di una persona che si trovi nelle situazioni più disperate che si possano immaginare. È quello che accade in L’isola maledetta in cui il protagonista si trova a vivere realtà e incubo sovrapposti oppure in La sala oscura in cui il protagonista si trova prigioniero e deve affrontare prove indicibili. Alcuni elementi, come ci si può aspettare, tornano in diversi dei racconti perché sono quelli che più generalmente caratterizzano l’accesso alla dimensione oscura: il sogno, o meglio l’incubo, l’isolamento, i sensi di colpa talvolta la rassegnazione all’imminente fine.

«I miei nemici avevano progettato l’equilibrio perfetto tra sofferenza e riposo, tra violenza e rifornimento, per rendere il trapasso il più lento e doloroso possibile. Un’incredibile maratona di torture, prima di giungere al tanto agognato decesso.»

I racconti sono divisi in due parti: Strani racconti e Le cronache di Brasov e non sono elencati in un indice. Scorrendo la lettura si percepisce un’evoluzione sia cronologica sia psicologica con i primi racconti più istintivi, con scenari che più frequentemente entrano nell’immaginario collettivo dei contesti “ai confini della realtà”; i racconti della seconda parte si arricchiscono anche di una originalità del soggetto e della situazione descritta oltre a una maggiore oggettività data dai richiami geografici e storici di alcune storie. Per tutti i racconti, lo stile narrativo è coinvolgente, non lesina dettagli inquietanti, descrive molto attentamente le sensazioni psicofisiche del protagonista, a volte fa anche sorridere. Leggendo viene da chiedersi: “Cosa farei io se capitasse a me?” ritornando con la memoria a paure terribili che affondano le radici nelle nostre infanzia e adolescenza.

«Sì, i mostri esistono, ma non sono quelli che risorgono dalle tombe o che si trasformano al plenilunio. (…) I mostri sono quelli che disprezzano i loro simili, che chiudono le porte del cuore e usano gli occhi come spade, per farti a pezzi. Quei mostri hanno il potere di generare altri mostri. E quando i mostri diventano più potenti, per quelli che sono rimasti umani non c’è via di scampo.»

Questa raccolta di racconti in realtà è un unico romanzo intriso delle tinte scure del buio e della paura, dei colori forti come il rosso del sangue, oppure verdi come il tavolo da gioco su cui sostenere una partita a poker con la morte in persona. Si incontrano strane creature, si varca spesso la soglia con l’aldilà, in ultima analisi, leggendo il libro, si guarda in faccia l’Inquilino che abita in ognuno di noi.

 

Letteratura Alternativa Edizioni – Pagine: 228 – Prezzo: 14,90€

      VOTO: voto 4

“Il paese che era la nostra casa. Racconto della Siria” di Alia Malek

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Il paese che era la nostra casa – 2018

Alia è nata all’estero, ma i suoi genitori entrambi siriani, l’hanno registrata all’anagrafe del loro paese dove speravano un giorno di fare ritorno. Il momento in cui Alia, giornalista occidentale con documenti siriani, decide di trasferirsi a Damasco, non è dei migliori: nel 2011 i regimi totalitari di Tunisia, Egitto e sono stati rovesciati e quello della Siria sta resistendo in nome di un fantomatico complotto dei media occidentali. Essere giornalista americana in Siria in quel periodo era quanto meno audace, se non sconsiderato.

«Ma ero lì anche perché la Siria incombeva sulla mia vita fin dalla nascita, anche se non ne ero mai stata veramente parte. E in un momento in cui l’in­tera regione sembrava dare la luce al cambiamento, io volevo essere lì. Gli ottimisti vedevano la Siria pronta a lanciarsi verso un futuro migliore. Per i pessimisti, vacillava pericolosamente sull’orlo del baratro.»

Quando si era accesa la luce della speranza di superare decenni di dittatura spietata e corrotta per dare al popolo siriano un’esistenza migliore, Alia aveva deciso di essere presente per il suo paese nel momento della transizione auspicata e dare il suo contributo al nuovo assetto politico e sociale. Abitava nella casa di sua nonna Salma riportata dopo il restauro a come era ai tempi in cui tutta la sua famiglia ci viveva. Alia rimane nella capitale siriana fino al 2013 quando tutta la sua famiglia apprende con sollievo che sta finalmente lasciando il paese.

«E quelli che volevano vedermi partire, che fosse per la mia o per la loro sicurezza, credettero che mi fossi finalmente arresa al buon senso, alle loro suppliche o alle loro intimidazioni.»

Partendo dai bisnonni, Alia ricostruisce le vicende dell’intera famiglia che è anche la storia del suo paese. Dai tempi dell’impero ottomano, la Siria viene raccontata nella sua costante e tenace battaglia contro le ingerenze dei paesi esteri, la Francia che voleva conquistarla, il binomio della “guerra fredda” USA-URSS che ne fecero campo di scontro; oltre alle questioni interne legate alla disparità economica tra possessori di terre e lavoranti, l’influenza della religione nella vita pubblica.

Il racconto della Siria passa necessariamente attraverso quello della condizione femminile: le donne erano guardate male se non aderenti al ruolo di mogli-madri, se avevano deciso di studiare e non sposarsi; c’era differenza di tutela tra figli maschi e femmine a riguardo dell’eredità, e dei diritti in generale. È la nonna dell’autrice, Salma, il personaggio che meglio rappresenta l’universo femminile, col suo carattere deciso tanto da comportarsi “come un maschio”, mantenendo sempre viva la curiosità e senza rinunciare alla femminilità oltre a poter contare su uno spiccato senso degli affari, ha dato l’esempio alla figlia prima e alla nipote poi, di come le donne potevano essere comunque forti.

«Salma notoriamente ammirava l’importanza del ruolo as­sunto dal padre, in particolare la sua capacità di usare la propria influenza per aiutare gli altri. Avrebbe voluto che suo marito fosse così, ma così non era. Allora, aveva deciso che sarebbe toccato a lei esserlo. E come Abdeljawwad aprì la sua casa a un vero e proprio variegato campionario umano di quello che era e sarebbe stata la Siria.»

Salma trasforma la sua grande casa nel Tahaan in un posto sicuro in cui accogliere chiunque avesse bisogno di aiuto o anche solo per “fare salotto” e conoscere personaggi influenti di Damasco. La nuova generazione, quella della madre Lamya, segna un nuovo passo verso l’emancipazione femminile, tanto che la ragazza, già studentessa universitaria, ha potuto rompere temporaneamente il fidanzamento già ufficiato per evitare ingerenze dei parenti di quello che, una volta tornato dagli Stati Uniti dove studiava, sarebbe diventato suo marito.

«Quando Lamya ruppe il fidanzamento, Hafez al-Assad era al potere da tre anni, più della media della maggior parte dei go­verni siriani. La sua longevità era in parte dovuta all’aver potenziato le mukhabarat, mettendo i loro capi sotto il controllo delle istituzioni dello Stato, e all’aver posto sopra di loro suo fratello Rifaat, il tutto per proteggersi da ulteriori golpe militari.»

Il libro è un sostanzioso racconto della Siria attraverso la storia della famiglia d’origine di Alia, con riferimento agli eventi sociali, politici e militari che hanno trasformato il paese da obiettivo del colonialismo occidentale a regimi più o meno totalitari. Una narrazione di cui essere grati all’autrice perché descrive in modo puntuale e interessante la storia siriana di cui molti di noi sono all’oscuro e il sentimento di appartenenza del suo popolo che non smette di sperare in un futuro migliore.

Enrico Damiani Editore – Pagine: 445 – Prezzo: 19.00€

VOTO: voto 4