pseudonimo sì, pseudonimo no

pseudonimo
Un pretesto di discussione per gli scrittori all’inizio della loro carriera è quello della scelta su come firmare i propri libri: adottare uno pseudonimo o lasciare il nome vero?
Ci sono autori che hanno scelto un nome diverso per firmare una sola opera, per sperimentare il successo e la loro capacità senza il “peso” di un nome ormai riconosciuto. Altri lo hanno adottato per tutta la carriera, altri per ragioni legate all’epoca in cui sono vissuti; è il caso delle sorelle Brontë, che dovettero eludere i pregiudizi assumendo nomi maschili rispettivamente Charlotte, Emily e Anne divennero Currer, Ellis e Acton Bell. Stesso motivo spinse le due autrici Mary Ann Evans e Amantine-Lucile-Aurore Dudevant, a firmarsi come George Eliot la prima e George Sand la seconda.
Jane Austen pubblicò in forma anonima salvo indicare come autore “a lady”, una generica donna…
Esempi celebri che possono essere presi a riferimento sono: J.K. Rowling – Robert Galbraith, Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto – Pablo Neruda (lui dovette cambiare nome perché osteggiato dalla famiglia), Alberto Pincherle – Alberto Moravia, Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski – Joseph Conrad (lo scrittore nato polacco, naturalizzato inglese, aveva un nome originario davvero difficile da ricordare). Forse era una moda del momento perché anche Jack London si chiamava in realtà John Griffith Chaney. L’elenco non è affatto esaustivo e di egregi alias ce ne sono molti di più.
La mia preferita è Dame Agatha Mary Clarissa Miller alias Agatha Christie che cambiava pseudonimo a seconda del genere di libri, per cui se invece di gialli, scriveva romanzi rosa, si firmava Mary Westmacott. Un vero mito.
E non dimentichiamo le annose elucubrazioni sul fatto che Shakespeare si considera un nome d’arte.
E allora, se l’hanno fatto questi grandi autori, di nascondersi dietro un nome falso, perché non indossare anche noi piccoli esordienti la stessa maschera? Perché un esordiente di oggi non avrebbe il diritto di eclissare allo stesso modo il suo vero nome? Qualunque sia la ragione che spinge a farlo, chi scrive deve poter mantenere l’anonimato. Come si spiega allora che nel mio piccolo entourage, io non abbia conoscenze dirette né amicizie di scrittori che abbiamo scelto uno pseudonimo per i loro libri? Questo mi porta a una riflessione: nessuno che lo abbia fatto, io invece sì. Proprio così: quando mi sono “buttata” nella scrittura del mio primo libro – ridendo e scherzando quasi dieci anni fa – prendevo la cosa molto poco sul serio, anzi era tale la convinzione che la voglia di scrivere sarebbe sfumata da lì a pochi mesi che non ho voluto contaminare la mia esistenza “normale” con quello che ho creduto un capriccio momentaneo. È stata questa la mia motivazione.
Ma mi sbagliavo. La voglia di scrivere è rimasta, con i suoi trend altalenanti, lo pseudonimo: dismesso.
Qual era? Alice Quaranta. Questo il mio alter ego. Se il cognome fu preso in prestito al mio affezionato compagno di banco del liceo, Alice è la protagonista del libro che più di tutti ha incendiato la tentazione di scrivere: La solitudine dei numeri primi. Ma questa è un’altra storia.
In conclusione, viva gli pseudonimi, viva le maschere che ci proteggono, viva Fibonacci!

Francesca Angelici, scrittrice, sociologa e pittrice

Francesca-Angelici
Francesca Angelici

Per la rubrica Intervista a… abbiamo ospite gradita la mia amica Francesca con una lunga lista di titoli professionali perché oltre a essere una sociologa, una formatrice nell’ambito della comunicazione e mia collega grafologa professionista, ha recentemente scoperto di avere anche il talento di disegnatrice e pittrice.

 _—_—_—_—_—_—_—_—_—_—_—_—_—_—_—_

Rivolgo questa intervista letteraria alla Francesca autrice di diversi testi di saggistica e a lei faccio La domanda che apre ogni incontro di questa rubrica. Quindi ti chiedo quando hai iniziato a scrivere e se per te è stato un coup-de-foudre col foglio bianco, se hai sentito il richiamo irresistibile della pagina vuota da riempire?

R. Grazie Stefania, per l’intervista, mi fai felice perché le domande fanno riflettere sempre più delle risposte. Non ricordo un periodo della mia vita in cui non ho scritto. Credo da subito, sui muri, sotto i quadri appesi in sala da mio padre.

Le copertine dei tuoi libri hanno una grafica molto accattivante. Ne cito uno in particolare che è L’Infinito Viaggio delle Donne – Metamorfosi alfabetiche illustrate. Chi ti conosce saprebbe ritrovare il caleidoscopio di sfumature che colorano la tua anima di artista e il tuo carattere eclettico. Dedichi particolare attenzione al progetto grafico di ogni tuo libro, disegni da sola i soggetti?

R. La verità è che non ho un vero e proprio approccio progettuale, il disegno arriva come una folgorazione, spontaneo, definitivo, lo prendo da dentro e lo getto sul foglio, senza pensare. Disegno subito con la penna, non uso matita e se sbaglio uso l’errore che diventa qualcos’altro. I colori li scelgo, con attenzione, dopo aver tracciato. E se c’è l’intervento di qualcuno, è quello di mia figlia, Amanda, che ad 8 anni, si diverte a inserire qualche particolare e io la lascio fare.

Sempre in merito al tuo ultimo libro, L’Infinito Viaggio delle Donne è una storia illustrata che narra di una donna alla ricerca di sé. Sei anche collaboratrice di un’associazione culturale L’amigdala, che segue soprattutto le donne. Quello femminile è un ambito in cui sei molto impegnata. La solidarietà femminile del terzo millennio può passare anche attraverso la cultura e i libri?

R. Le donne sono più ricche di vissuti e più introspettive rispetto agli uomini, per cui è più facile parlare un linguaggio comune, emotivo. Le donne sono più solidali, ma anche sleali quando hanno paura di essere inferiori. Per questo, se vogliamo crescere è importante parlare, leggere e soprattutto ascoltarsi.

Come me anche tu vivi in una città che non è quella in cui sei nata. Possiamo dire che appartieni a quel “popolo di artisti…di trasmigratori ” che ha avuto il coraggio di cambiare e quali sono, se ne hai riscontrate, le differenze tra come le due città, Terni e Udine, dedicano lo spazio alla lettura e alla scrittura, soprattutto di autori esordienti?

R. Terni e Udine sono due realtà provinciali molto diverse, entrambe mi hanno insegnato molto, la prima più caciarona e spontanea, operaia e poco colta, la seconda più dura, metodica, organizzata, colta. Credo che non possa esistere una vera cultura se la spontaneità non si fonda con il metodo. Per questo motivo le trovo entrambe migliorabili qualora decidessero di aprire gli orizzonti. Udine ti permette ma non ti dona, Terni ti abbraccia ma non ti stimola.

Un altro tuo libro, Adolescenti tra le righe, spiega attraverso la tua professione di grafologa, come riconoscere il talento nei giovani e come orientarlo a una riuscita carriera professionale. Secondo te, scrittori si nasce o si diventa? Basta studiare e leggere tanto per scrivere bene oppure per conquistare il pubblico il talento deve essere necessariamente innato?

R. Il talento è ciò che muove a scrivere qualcosa che hai dentro e che speri arrivi agli altri sotto forma di amore e che purtroppo senza allenamento è fermo. Tutti possono scrivere ciò che provano, ma per riuscire a comunicarlo agli altri hanno la necessità di conoscere le sfumature del linguaggio, le regole che ne permettono la codifica e danno spazio all’energia creativa che diventa universale e subito compresa.

Negli ultimi tempi sei rimasta affascinata dal mondo dell’arte visiva. Ami la fotografia, il disegno e pare tu sia una brava pittrice. A questo punto ti chiedo se dobbiamo aspettarci un nuovo libro o piuttosto una tua esposizione di opere.

R. Nella mia vita ho la fortuna di stare accanto ad un artista con occhi che sanno vedere. Osservandolo ho imparato a conoscere meglio il linguaggio fotografico, l’importanza dell’estetica e ho integrato ciò che già sapevo liberando una creatività che si è mostrata attraverso la scrittura, il disegno, la fotografia. Di nuovo c’è un quaderno di poesie.

Tornando ai libri, per concludere il tuo Consiglio di lettura. Qual è secondo te il libro che tutti dovrebbero leggere nella vita?

R. La bruttina stagionata di Carmen Covito ed. Feltrinelli, è un libro formativo per tutte le donne, soprattutto le over 40 che ancora non credono nella loro forza femminile e che ritroveranno attraverso l’ironia, un modo nuovo di affrontare la relazione con se stesse e con gli uomini.

Grazie, Francesca, di questa intervista, di tutto quello che fai a supporto delle donne e delle poesie che ci regalerai.

Francesca Angelici

Esperta in comunicazione

angelici-f@libero.it

Simona Vassetti, scrittrice

vassetti
Simona Vassetti

Nella rubrica Intervista a… ho il piacere di intervistare un’amica scrittrice e conterranea. Della città di Napoli Simona incarna il sorriso, la passione quella forte che fa tremare le vene, la seduzione anche attraverso la parola scritta. La sua produzione letteraria conta la raccolta Controtempo, pluripremiato, un saggio su Diabolik, vari racconti in opere collettive, una sua personale raccolta di racconti Pensieri di vetro e un romanzo Ti ricorderai di me, edito Homo Scrivens. Sempre con la stessa casa editrice è fra gli autori delle opere collettive Faximile. 101 riscritture di opere letterarie, già al secondo volume, e di Che pasticcio, dottor Loop!

 —— —— —— —— —— —— —— —— —— ——

Anche la tua intervista si apre con La domanda che rivolgo agli scrittori: quando hai iniziato a scrivere e se esiste un evento specifico che ti ha spinto a impugnare la penna? (Lo so che avrei dovuto dire “ad aprire word”, ma l’immagine dell’autrice con carta e penna faceva più effetto).

R. Per la verità impugnavo la penna e i miei primi scritti sono stati delle liriche. Poi ho continuato con racconti brevi e alcuni romanzi brevi, rimasti nel cassetto. Avevo sicuramente un input che mi accompagna anche ora: il sottofondo musicale. Scrivere è servito e serve ancora ad incamerare tutto ciò che di più intimo ho provato, e che da sempre riesco a celare, nonostante sia considerata una persona estroversa e socievole.

Hai scritto racconti, romanzi e saggi. Sei rimasta sempre fedele a una tua impronta letteraria o l’inevitabile evoluzione personale e professionale ti ha portato a sperimentare altre forme e quindi a cambiare la tua tecnica di espressione?

R. Sicuramente riconosco nella mia scrittura uno stile essenziale, asciutto e dal forte impatto emotivo, ma il tempo, la continua scrittura e, non ultima, la condivisione in bottega, ha aiutato a fortificare e impreziosire, se posso dire, la mia prosa. Fondamentale, inoltre, ritengo la lettura, che da sempre mi accompagna. Inoltre, scrivendo recensioni di narrativa su alcuni portali letterari, ho la possibilità di arricchirmi di nuovi stimoli.

Raccontaci il tuo sodalizio con la casa editrice Homo Scrivens, che si definisce “la prima compagnia italiana di scrittura” costituita da scrittori che si sono uniti per diventare editori essi stessi a dispetto dell’editoria a pagamento. Ferma restando la mia totale condivisione di questi principi, ti chiedo: è sempre vero che l’unione fa la forza oppure un autore può risentire del suo essere uno-fra-gli-altri?

R. Ci siamo conosciuti con lo scrittore e amico Aldo Putignano a uno Slam Poetry a Napoli. La casa editrice Homo Scrivens, da lui fortemente voluta, è una realtà importante nella nostra regione, è molto attiva. La bottega ogni anno propone un progetto che si traduce in una pubblicazione collettiva, le ultime due sono i volumi Faximile, al suo secondo volume, e Che pasticcio, dottor Loop!. Opere che ci coinvolgono, creando sinergie e amicizie. In quanto alla seconda parte, la risposta si fa complessa: un aspirante scrittore può anche annullarsi in un gruppo o impigrirsi, ma questo credo, dipenda dalla singola persona. Spesso tutto ciò che si cerca è la pubblicazione.

Una mia curiosità da autrice/lettrice. Senza voler generalizzare per carità, né cadere in banali cliché, ti chiedo se per te esiste una tipologia di libri femminili e una di libri maschili. Mi spiego meglio: senza conoscerne l’autore, leggendo solo il testo, si percepisce se un libro è stato scritto da un uomo o da una donna?

R. Penso che più si conosce lo strumento scrittura più sia difficile riconoscere se l’autore sia un uomo o una donna. Personalmente considero catartico costruire un personaggio maschile, immedesimarmi in un mondo che non mi appartiene ma che amo osservare nel quotidiano. L’importante è rimanere credibili. Per quanto riguarda i generi letterari, detesto i compartimenti stagni. So solo che non esistono più i classici di una volta…lasciami passare questo cliché.

Che tipi sono i personaggi dei tuoi romanzi? Li dipingi attingendo al bagaglio di persone che hai conosciuto nella vita reale, che potremmo incontrare ogni giorno, oppure sono autenticamente frutto della vena artistica e creatrice della scrittrice?

R. L’osservare è una caratteristica molto utile per uno scrittore: diciamo che io attingo dal vero: cerco di rapire tratti di sconosciuti che attraversano la mia quotidianità; poi alcuni provengono dal mio mondo personale. Inoltre amo creare personaggi dal nulla, questi ultimi sono il frutto dei miei demoni.

Questo blog vuole essere soprattutto di incoraggiamento agli autori esordienti, senza pretesa di fornire un guida pratica del bravo scrittore, ma per indirizzarli verso una produzione letteraria di qualità. Quali sono i consigli che ti sentiresti di dare a un/una debuttante?

R. Una persona che ama scrivere, deve farlo, provarci, esercitarsi. Leggere e rileggere ciò che scrive, conoscersi e riconoscersi nella propria scrittura. Fondamentale poi è l’apporto della lettura. Più leggo opere contemporanee e più, purtroppo, mi rendo conto di quanto sia importante partire dalla conoscenza dei classici. La scrittura si evolve, è vero, ma non deve perdersi la buona scrittura. Scrivono in tanti e in troppi pubblicano.

So che hai da poco pubblicato un nuovo romanzo, lo presenterai per i lettori romani alla fiera di dicembre?

R. Sì. Il romanzo Ti ricorderai di me, edito Homo Scrivens, è un’opera a cui tengo molto, in quanto è dedicata a un amico che ho perso da qualche anno. A Napoli sta ricevendo riscontri positivi.

L’ultima domanda è la richiesta del tuo Consiglio di lettura. So che è difficile scegliere un solo titolo, ma la sfida è proprio questa: quale libro secondo te bisognerebbe leggere assolutamente?

R. A livello di tecnica direi Cecità di José Saramago, ma resto affascinata, dopo averlo riletto una seconda volta, da Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.

 

Grazie, Simona, di questa intervista, dei tuoi preziosi consigli e complimenti per il tuo romanzo che verremo a conoscere da vicino alla Fiera del Libro di Roma 6/10 dicembre 2017.

Simona Vassetti

Per contattare l’autore scrivere a riccifamily13@alice.it

Per acquistare il romanzo Ti ricorderai di me: http://www.mondadoristore.it/Ti-ricorderai-di-me-Simona-Vassetti/eai978889930488/

La scoperta dell’alba | Walter Veltroni

Aspettare l’alba può diventare uno dei pochi riferimenti della vita. È quello che accade al protagonista di questo romanzo, breve, intenso, bello, anzi molto.
lascopertadellalba
La storia è appassionante e addirittura, l’ho trovata originale. La struttura narrativa è duplice e intreccia un primo contesto che descrivere la vita di un medio borghese che lavoro all’archivio e passa tutto il suo tempo a leggere, catalogare diari scritti da altre persone, e di queste persone si impossessa dell’identità, temporaneamente, in modo da vivere cento, mille vite diverse dalla sua (chi non ha sognato almeno una volta di fare altrettanto?).
Sembrava questo il filo conduttore, ma appena dopo poche pagine, l’autore arricchisce l’esistenza del protagonista svelando un aspetto che sposta l’attenzione del lettor e lo commuove: l’uomo ha una figlia affetta da sindrome di Down, una dolce affettuosa figlia che sconvolge l’equilibrio familiare (c’è anche un figlio maggiore) e mette a durissima prova il loro matrimonio.
Quello che ho apprezzato del modo in cui si affronta questo difficile argomento, è la sincerità nell’ammettere la debolezza umana, la debolezza di una madre che, dopo aver messo al mondo una figlia “rotta”, non regge, se ne assume la colpa, ma si dilegua allontanandosi dalle responsabilità e dal dovere di occuparsi di lei. Debolezza anche di un padre, che inseguendo i suoi ragionamenti, ricordi, emozioni per trovare la risoluzione dell’altro suo misterioso dolore irrisolto, il secondo contesto della storia, si prende una pausa anche lui al dovere di curarsi della figlia adolescente, lasciando che sia il figlio maggiore, ventenne, maturo più dei due genitori messi insieme, che adora la sorella e le fa da sostegno insostituibile, a fare da padre, madre e non solo fratello alla ragazza.
Attraverso un viaggio rievocativo nel tempo egli cerca di risolvere la misteriosa scomparsa del padre, tornando ai tempi terribili il cui riverbero è ancora molto presente, che sono gli anni di piombo nell’Italia dei ’70. Anche questa parte è descritta e raccontata molto bene attraverso la grandezza delle emozioni che colpiscono come i colpi di pistola o le bombe, i sentimenti delle persone, dei figli, dei fratelli, delle mogli che hanno subito un lutto per mano (armata) dei terroristi.
Il viaggio nel passato si trasforma in un viaggio reale in quegli anni bui, quando il protagonista, allora tredicenne viveva i giorni della scomparsa del padre, del dolore che ne è seguito e che ha segnato un destino per la sua vita e quella di sua madre rimasta sola. Come in tutte le scomparse, il dolore più grande è quello di non sapere, non sapere se l’uomo è andato via per proteggere la famiglia, per paura di essere ucciso, o perché è stato proprio ucciso. Impossibile svelare il finale, ma posso dire che è veramente poco scontato.
Complimenti, signor Veltroni per le ottime capacità di romanziere, perché riesce a scendere nei meandri dell’animo umano e nella forza che si scopre di avere solo quando la vita costringe a confrontarsi con le paure più grandi.

Alessandro Fort, scrittore, psicologo e formatore

Alessandro Fort
Alessandro Fort

Inauguriamo la sezione Intervista a… con un autore veneto dalla pluriennale esperienza letteraria. Ha esordito con una raccolta di poesie per poi avvicinarsi alla narrativa con un primo romanzo, passando a racconti, una raccolta di aforismi, una biografia e due manuali sulla scuola e sul lavoro. Amante della natura, dei viaggi e del trekking in montagna, è reduce quest’anno dal grande successo del suo secondo romanzo Yuan e Xin Li.

—— —— —— —— —— —— —— —— —— ——

Questa è un’intervista letteraria pertanto è d’obbligo che io inizi rivolgendoti La domanda relativa alla tua passione per la scrittura. In che modo e quando nella tua vita hai iniziato a scrivere e, se posso, si è trattato di un bisogno impellente come capita a molti autori oppure è stata una scelta più o meno ponderata?

R. È d’obbligo pure per me un inizio, vale a dire ringraziando per l’intervista che considero un’importante occasione per farmi conoscere e naturalmente per far conoscere i miei libri e non solo. Perché di passione si tratta, con la fatica, l’impegno e talvolta le delusioni di chi fa qualcosa con il cuore senza pensare ai risultati e tantomeno ai guadagni. Ho cominciato a scrivere – ai fini della pubblicazione – una decina di anni fa. Si comincia con un foglio di carta immacolata che ti guarda e una penna che aspetta, poi si passa al video e alla tastiera e le parole arrivano e mi sono ritrovato a descrivere personaggi e situazioni tra fantasia e realtà, senza sapere da quale parte del mio essere tutto ciò arrivi. A questo ha sicuramente contribuito una fase difficile della mia professione che nella crisi economica mi ha concesso – diciamo imposto – più tempo libero, quindi devo ringraziare la mia “vena” artistica che mi ha consentito di dare spazio alle mie aspirazioni appunto artistiche, in precedenza poco ascoltate.

Per chi scrive, i libri sono come figli: ogni pubblicazione un parto. Tuttavia a volte ci sentiamo più legati ad alcuni di essi rispetto ad altri. Condividi questa sensazione e, se sì, quale tra i tuoi libri senti che rappresenti al meglio il tuo pensiero? In altre parole, quale consideri finora il tuo “capolavoro”?

R. Sì, condivido pienamente. Il legame con la tua creatura è inevitabile, confesso che durante le presentazioni quando vedo che un ospite sfoglia con irruenza una copia del libro, io soffro, è come se lo facesse a me. Ho invece difficoltà a eleggere il mio “capolavoro”, ammesso che ne abbia realizzato uno. Ogni libro esprime una parte di me e si collega strettamente al periodo nel quale è stato scritto, se dovessi riscrivere i mie libri lo farei in maniera diversa, perché nel frattempo sono cambiato. Ma visto che devo rispondere, eleggo i due romanzi come pietre miliari della mia evoluzione di autore e di persona, Sul bufalo d’acqua e Yuan e Xin Li.

Sei un autore della cosiddetta piccola editoria indipendente. Sarebbe interessante conoscere come immagini l’evoluzione dell’editoria: quella tradizionale è destinata inevitabilmente a tramontare oppure la difficile convivenza con quella indipendente durerà ancora a lungo?

R. È difficile fare previsioni. Ho letto di recente che negli USA la vendita degli ebook è diminuita, mentre è aumentata quella dei libri di carta. La mia preoccupazione è invece relativa alla qualità dei testi. Si sta diffondendo una standardizzazione degli stili e degli argomenti. Gli autori, famosi o emergenti, sono troppo preoccupati di assecondare il mercato alla ricerca del successo come fossero più operatori del marketing che autori ammalati di quella sensibilità e impellenza di esprimersi che dovrebbe caratterizzare uno scrittore e un artista più in generale. La sempre maggiore diffusione di titoli a effetto ma dal contenuto modesto, di copertine belle quanto replicate, di frasi fatte e luoghi comuni ripetuti da chiunque, di Ghost Writers in grado di sfornare volumi di mille pagine in un paio di  mesi e dell’atavica italica tendenza a non dar fiducia a chi non è già famoso costituiscono a mio avviso il più rilevante pericolo per l’editoria e per la scrittura in generale. Ho la sensazione che sia fra gli editori, sia fra gli autori manchi il coraggio di essere originali, a prescindere dalle leggi del mercato e ho qualche preoccupazione quindi per il futuro dell’editoria, il numero dei lettori non è molto elevato. La piccola editoria permette ad autori sconosciuti di esistere, gli ebook permettono di pubblicare con costi irrisori, quindi alla fine quel che conta è la sopravvivenza dell’arte della scrittura e direi pure della lettura.

In base alla tua esperienza cosa consiglieresti a uno scrittore emergente: quali sono i primi tre passi fondamentali che dovrebbe seguire?

R. Io credo che alla base di un qualunque risultato ci siano passione e impegno. Pertanto la cosa fondamentale per uno scrittore è scrivere e rileggersi con calma, senza fretta, puntare sulla qualità massima del suo lavoro. È fondamentale che si impegni nell’esprimere quello che ha dentro, nella forma che meglio lo rappresenta, togliendosi dalla testa l’idea di scimmiottare qualche altro autore o la tentazione di seguire la moda del momento. Un secondo passo di assoluto rilievo è confrontarsi. Io faccio parte da parecchio tempo di un ampio gruppo di autori con i quali condivido sogni, incertezze (sapeste quanto discuto sull’uso di un passato remoto o di un passato prossimo), entusiasmi e delusioni, progetti e iniziative. Il terzo passo direi è quello di farsi conoscere, non limitandosi a parlare dei propri libri, ma proponendo le proprie convinzioni. Parto dal presupposto che lo scrittore sia prima di tutto un intellettuale e come tale deve avere delle opinioni sul mondo, sulla vita quotidiana. Molti miei lettori prima di essere tali mi hanno conosciuto – di persona o nella rete – discutendo di ben altri argomenti. Questo esprime la mia idea di scrittore, vale a dire una persona che possiede non solo la capacità diciamo “tecnica” di mettere assieme parole, ma prima di tutto possiede dei contenuti da trasmettere al mondo.

La tua passione per l’Oriente e per la Cina in particolare, che hai trasferito anche nei tuoi libri, nasce da un viaggio che hai effettuato in quei posti? Quali aspetti della loro cultura ti sono rimasti dentro in maniera più significativa?

R. La mia passione per la Cina deriva da quella per il Kung Fu che iniziai a praticare durante l’Università, dalle arti marziali alla filosofia cinese – che ne sono un’importante componente – il passo è stato breve. Mi sono pertanto interessato ad “affrontare” autori lontani dalla nostra cultura in particolare Lao Tzu, Chuang Tzu, Confucio, Sun Tzu. La curiosità mi ha condotto a fare un viaggio nel 2002 fra i misteri di Pechino, della Muraglia, del museo con l’esercito di terracotta di Xi’an, del famoso monastero di Shaolin dove è nato il famoso stile dei monaci guerrieri. Un viaggio che mi ha colpito moltissimo e che mi ha dimostrato che per conoscere la Cina bisognerebbe viverci per decine di anni, come fece il mio concittadino Marco Polo. Di questo paese noi sappiamo molto poco perché i cinesi tendono a non dire nulla di se stessi, dopotutto sono stati l’unico popolo a chiudersi dentro un grande muro isolandosi di fatto dal resto del pianeta. Trovo affascinante non solo la loro filosofia, erroneamente trascurata nei nostri libri anche scolastici, ma anche la ricerca dell’armonia. Trovo meravigliose certe loro melodie musicali o le figure degli antichi saggi, una ricchezza culturale riscoperta anche dall’attuale regime politico con il quale mi trovo in totale disaccordo, a parte la riscoperta del passato, naturalmente.

Sei specializzato in comunicazione per i tuoi studi e per la professione che svolgi. Sono curiosa di sapere se pensi che sia più efficace la comunicazione non-verbale che è quindi inconscia, oppure quella verbale e perché no, scritta magari in un libro.

R. La comunicazione non verbale è sempre più efficace in quanto emotiva. E su questo non nascondo una certa invidia rispetto a pittori, scultori o musicisti che possono contare sulla forza dell’emozione immediata senza passare attraverso la componente razionale della lettura. Un quadro colpisce in un istante, una pagina scritta assai meno. Tuttavia  anche nelle righe di un libro ci sono enormi componenti emotive che io cerco di trasmettere nella scelta delle parole, nella composizione delle frasi, nella punteggiatura, anche nell’assemblaggio della pagina o nella lunghezza delle descrizioni per creare noia o il trascorrere del tempo o l’agitazione o la paura dei personaggi, emozioni che voglio siano provate anche dal lettore. In ogni caso bisogna sempre rammentare che quest’ultimo riscrive gran parte del testo e lo fa con il proprio mondo, con le proprie emozioni che proietta su ciò che legge, quindi aggiungendo quello che di non verbale non si riesce a collocare nei testi scritti.

Per un autore è più importante essere letto oppure vendere libri? Le due cose, come saprai, non sempre coincidono…

R. Alcuni miei libri sono nella loro versione elettronica in gratuita distribuzione, questo perché per me la cosa fondamentale è essere letto il più possibile. Un mio caro amico, il Professor Stoppani – Presidente di una nota Associazione culturale di Mestre (VE) – che mi ha concesso l’onore di interloquire con me in occasione delle presentazioni di alcuni miei libri, mi prende spesso in giro chiedendomi come vanno le vendite e io gli rispondo che non voglio diventare un commerciale, ma un immortale!

Ti occupi di formazione professionale, gestione delle risorse umane e docenza, quindi immagino tu incontri molte persone. Ti è mai capitato di imbatterti in qualcuno che ti abbia ispirato un personaggio dei tuoi libri?

R. Gustave Flaubert a proposito della sua opera sosteneva: “Madame Bovary c’est moi”. Ogni scrittore amalgama ciò che ha dentro con ciò che incontra nella vita per dare origine a personaggi, ma anche a paesaggi o situazioni più o meno originali. In molti miei libri ci sono aspetti riscontrabili in amici, parenti, vicini, incontri causali o di lavoro. Ma anche una foglia che si muove su un prato per un alito di vento può ispirare un’immagine da riportare in una storia.

Il mio ringraziamento personale per la citazione di Flaubert e per quest’ultima immagine molto artistica. Ma vogliamo sapere del tuo prossimo progetto e, visto che sembri molto ancorato alla tua zona d’origine, c’è qualche speranza di vederti anche dalla capitale in giù?

R. Circa un anno fa il fotografo Massimo Zanetti ha sentito parlare di un borgo abbandonato in un paese del bellunese. Si diceva che nelle abitazioni ci fossero gli averi di chi ci aveva abitato fino all’ultimo. Il mistero di questa fuga improvvisa lo ha condotto a recarsi proprio lì e a realizzare una serie di fotografie bellissime dalle quali è nata una mostra. Durante la visita alla prima edizione della stessa, fatta assieme alla poetessa Laura Chiarina e alla presentatrice/lettrice Patty Ferraro, è nata l’dea di farne un libro, abbinando a quelle fotografie un testo ugualmente etereo e affascinante, pur senza particolari ambizioni storiche. Il libro è in via di realizzazione. Questo è il mio, o meglio nostro, nuovo progetto che ritengo vedrà la luce all’inizio del prossimo anno. Non nascondo che nel cassetto ho altre cose, ma sono ancora in via di elaborazione, probabilmente un manuale sulla mente e un altro romanzo. Si vedrà! Sulla possibilità di promuovere i miei scritti in altre regioni, beh… mi piacerebbe arrivare ovunque, è una cosa graduale, in proporzione al livello di notorietà.

Per concludere, un’altra domanda classica, il tuo Consiglio di lettura. Ti chiedo qual è secondo te un libro da leggere assolutamente.

R. Agli aspiranti scrittori raccomando “Sul mestiere dello scrittore e sullo stile” di Arthur Schopenhauer. Come Consiglio di lettura, non saprei. Confesso di non avere un autore o un libro preferito, suggerisco comunque di leggere testi di qualità e non tutto quello che capita perché come diceva il buon Arthur […] colui che legge molto e quasi tutto il giorno, e negli intervalli si riposa passando il tempo senza pensare, a poco a poco perde la capacità di pensare da sé […].

Grazie, Alessandro, di aver concesso questa intervista e di aver condiviso il tuo pensiero. Ti aspettiamo presto in un evento letterario e terremo sotto controllo l’uscita del tuo nuovo libro.

È per me un onore e una grande opportunità di farmi conoscere, pertanto ti ringrazio infinitamente. Colgo l’occasione per inviare un saluto a tutti i lettori del bellissimo Blog, grazie della vostra attenzione.

Alessandro Fort

fortalessandropensiero.blogspot.com

fortalessandropensiero@virgilio.it

Facebook – Twitter – Google +