N7 rue de Grenelle intervista Antonio Ciappina, autore.

Conosciamo questo giovanissimo autore, studente di Storia e Filosofia, già autore di tre romanzi. Quando è passato per il condominio virtuale di rue de Grenelle, mi ha colpito subito per la sua caratteristica di cimentarsi nel genere rosa. Continua a leggere “N7 rue de Grenelle intervista Antonio Ciappina, autore.”

N7 rue de Grenelle intervista Blandine Rinkel, autrice di “Nessuna pretesa”

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Blandine Rinkel – credits Richard Dumas

Per presentarla al pubblico italiano, le rivolgo la domanda di apertura usuale: ci può raccontare come ha iniziato a scrivere?

Ho iniziato prima a scrivere che a leggere correttamente. Verso i 12 anni, ho deciso di iniziare a ricopiare tutto quello che trovavo di interessante nei libri, frasi, paragrafi, talvolta pagine intere. Tenevo — e tengo tuttora, in quanto mi facilita la vita se devo scrivere una critica a un libro o un articolo rapidamente — un diario di letture dove tutto era recensito a mano. A furia di ricopiare le frasi di altri, mi è venuta voglia di scrivere le mie. Quindi ho iniziato un altro diario, dove annotavo le osservazioni che riutilizzavo principalmente nella corrispondenza che avevo all’epoca con dei compagni di scuola o su internet. È rispondendo alle lettere e ai libri che ho iniziato a scrivere.

  • Nessuna pretesa è un romanzo autobiografico in cui parla di sua madre Jeanine. Quale è stata la reazione di Jeanine quando ha saputo del libro?

Ho ricevuto tre messaggi: il primo diceva «emozionata», il secondo «molto emozionata» e il terzo «non sapevo di avere una vita così interessante». Da cui, ovviamente, mi sono commossa anch’io. Jeanine ha reagito molto bene; la distanza tra noi che è descritta nel libro corrisponde, credo, alla distanza che esiste tra le nostre vite. Per me non era un modo per regolare i conti, ma per descrivere la vita di questa donna di 65 anni che si ritrova a essere mia madre. All’inizio, volevo scrivere il libro in terza persona, in forma impersonale, fare il ritratto di una Jeanine, senza precisare che si trattasse di mia madre — pensavo fosse aneddotico — ma proseguendo man mano nella scrittura, ho capito che evitare di dire che ero la figlia di Jeanine, era come barare un po’, scrivevo in modo più corretto quando mi prendevo il rischio di dire «mia madre». Voleva dire mettersi in gioco; tutto diventava più fremente, iniziava a contare, bisognava fare attenzione alle parole.

  • Jeanine è una donna matura che alla soglia della pensione rimane sola nella sua grande casa. Quanto ha inciso la mancanza del marito sulla scelta di vivere accogliendo gli altri, spesso anche ospitandoli in casa?

La solitudine di Jeanine è lo scenario di tutto il libro, qualcosa di cui è difficile parlare troppo apertamente, qualcosa che non può essere altro che un vuoto. Non è principalmente, o solamente, il marito che manca — è la famiglia senza dubbio, ma anche il centro città, un luogo accogliente dove vivere, dove fare degli incontri. Jeanine vive a Rezé, cittadina media dell’ovest della Francia che ha la caratteristica (sempre più diffusa, ahimè) di non avere un centro: niente librerie, bar, zone pedonali dove incontrare persone. Gli incontri avvengono quindi casualmente, sui marciapiedi, al supermercato. Mia madre è senza dubbio, in questo, un personaggio molto contemporaneo: famiglia separata, cittadine quasi disabitate, e malgrado tutto, gli incontri avvengono, la vita segue il suo corso.

  • Dalla lettura del libro si evince che Jeanine è sicuramente una donna libera. Ma tra altre sue caratteristiche, è più generosa o ingenua?

Non saprei. Non voglio giudicarla moralmente, solo esporre il suo modo di essere. Senza dubbio lei è, come tutti noi, contraddittoria: allo stesso tempo generosa e avara, ingenua e molto lucida, libera e bloccata. Non mi interessa poi tanto darle una definizione, è il suo enigma che mi interessa e che cerco di esplorare nel libro. Mia madre è come un caleidoscopio.

  • Jeanine ha l’abitudine di fissare le sue riflessioni su post-it che attacca al frigo. Tra questi la domanda: “Cos’è una vita di successo?”. Ha trovato la risposta?

Bisognerebbe chiederlo a lei. Lascio al mio personaggio i suoi segreti.

  • Cosa ammira di più in sua madre?

La sua modestia negli incontri. L’assenza di giudizio a priori; il fatto che rivolga la parola a chiunque, senza gerarchie, senza disprezzo né orgoglio, con una curiosità insaziabile verso l’altro, che ascolta ciò che le dice prima di farsi un’opinione su di lui. Anche il fatto, che sia capace di cambiare l’opinione che aveva su qualcuno in base a ciò che lui le dice. Esiste in Jeanine una giustizia discreta che stimo.

  • Se lei, Blandine, fosse madre, prenderebbe esempio da qualche aspetto del suo rapporto con Jeanine per costruire quello con sua figlia?

Non so. Mia figlia non sarebbe me, e io non sono Jeanine. Credo che esistano distanze ben determinate tra le persone.

  • Il suo libro è uno straordinario mezzo per insegnare alle persone che le “ibridazioni” culturali sono un arricchimento e non una minaccia. Secondo lei, quali altri mezzi possono servire a non temere il diverso?

Interessarsi. Provare a non essere indifferenti alla diversità. Potrei anche dire leggere letteratura di viaggio, lasciare l’ideologia per andare a toccare con mano, ma questo mi sembra fin troppo evidente come risposta, è facile cadere nel cliché; in realtà non sono affatto sicura di avere io stessa tutte le soluzioni per sbarazzarsi della paura. Ci sono dei tentativi che si possono fare, ognuno i suoi.

  • È cambiata la sua vita dopo gli attacchi terroristici in Francia?

Da parte mia, no.

  • Nessuna pretesa è il suo primo romanzo ed è stato candidato a un prestigioso premio in Francia. In quante lingue è stato tradotto?

Solo in italiano! Lingua che d’altronde Jeanine parla.

  • Per concludere, quale libro le è rimasto nel cuore e vorrebbe suggerire ai lettori del blog?

Recentemente, Le Lambeaudi Philippe Lançon, giornalista che era nei locali di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 e, accanto ai suoi colleghi uccisi, è stato colpito da un ak47 alla mandibola – ma è tutto tranne che un libro sul terrorismo: è un libro sulla forza incredibile della catena umana nella sofferenza e nella consolazione. Un libro di ospedali, di ricordi, di sguardi. Nel leggerlo, ho avuto bisogno di riscoprire la parola “capolavoro” – che di solito rifiuto, tanto è enorme, ma in questo caso ha avuto senso. E più in generale, per associazione di idee e trattandosi di un libro tradotto in italiano, suggerisco Marsdi Fritz Zorn (Marte – Il cavaliere, la morte e il diavolo).

 

Grazie di questa intervista e congratulazioni per il successo del suo romanzo.

Giovanni Lucchese

giovanni lucchese
Giovanni Lucchese

Prima di iniziare l’intervista invito i lettori del blog a dare una preventiva scorsa alla recensione del romanzo Questo sangue non è mio di Giovanni Lucchese che ho avuto il piacere di leggere e apprezzare. Si tratta del suo romanzo di esordio dopo il successo nella raccolta di racconti Pop Toys (2016). Continua a leggere “Giovanni Lucchese”

Intervista a Daniele Borghi per La cresta dell’upupa, Ensemble, 2017.

Per rompere il ghiaccio inizierei con la “domanda di rito” con cui apro le mie interviste che riguarda l’incontro tra gli autori e la scrittura: quando hai cominciato a scrivere per te stesso e quando invece hai deciso di pubblicare il tuo primo libro?

R. Ho ricordi confusi, quindi penso di aver cominciato a scrivere molto presto. Un episodio che ricordo bene è una “letterina” che scrissi per un compagno delle medie che voleva far colpo su una ragazzina, non ricordo come andò a finire. Più tardi ho cominciato a suonare la chitarra e a scrivere canzoni perché pensavo e penso siano un magnifico matrimonio della sintesi poetica con i moltiplicatori di armonia e melodia. Poi, a trent’anni, lavorando in falegnameria, mi sono segato l’indice della mano sinistra e non ho potuto più suonare… i barrè non mi venivano più bene. La prosa è stata una specie di ripiego, ho cominciato con i racconti ma non avevo idea di quale valore potessero avere, così decisi di partecipare a qualche concorso letterario. Visti i riscontri positivi, mandai un pacco di racconti a Feltrinelli. Insperatamente mi rispose scrivendo che erano buoni ma non avevano un filo conduttore comune e quindi preferivano non pubblicarli. Adesso sembra fantascienza ma quasi trent’anni fa le grandi case editrici rispondevano dopo aver letto. Qualche mese più tardi si fece vivo Fazi che li pubblicò in versione e-book. Dai racconti, senza un disegno preciso, sono passato a scrivere un romanzo e anche lì ho seguito la stessa prassi: concorsi letterari per inediti, riconoscimenti e, rassicurato, ho cominciato a mandarlo a qualche editore.

La cresta dell’upupa arriva ormai dopo cinque romanzi grazie ai quali sei diventato un autore di esperienza e il tuo stile è conosciuto e apprezzato. Come ci si sente quando si finisce di scrivere un quinto libro? Si impara ad avere una certa consapevolezza sul riscontro che riceverà dal pubblico di lettori?

R. Sinceramente ho molti dubbi sul fatto di essere un autore “conosciuto e apprezzato”, ma ti ringrazio per l’incoraggiamento. Sul fatto di come ci si senta non saprei dire. A volte mi dispiace abbandonare storie e personaggi, altre sono contento di lasciarli andare perché erano stancanti. Anche se non ne ho esperienza, mi sembra di essere un attore che ha portato sulla scena una pièce per molto tempo: sono contento d’averlo fatto però ho voglia di immaginare altro. Sul riscontro dei lettori non ho la minima idea, la sola cosa che mi interessa è che non si annoino. Per fortuna vivo d’altro e le vendite mi interessano soltanto per avere la possibilità di pubblicare “meglio” la volta dopo. È un discorso complesso e a volte contraddittorio, sicuramente il ruolo principale lo gioca la vanità, l’ego che tende a gonfiarsi. Credo di riuscire a tenerlo a bada piuttosto bene, ma forse non sono obiettivo.

Entriamo in questo libro. Mi sento molto vicina al tuo personaggio che va ad “appropriarsi” ai cassonetti del vetro da riciclare e dei cartoni per farne cartelli (io lo faccio con le cassette della frutta) e condivido il suo ingegnarsi per guadagnare due soldi in modo “pulito”. Sei anche tu attento ai temi ecologici e di salvaguardia del nostro pianeta?

R. Affrontando questi argomenti il tentativo di sintetizzare non è mai un buon approccio, ma non vedo alternative e rispondo con una domanda che può sembrare sprezzante ma non lo è: dopo che Trump ha stracciato gli accordi sulle emissioni è possibile che il mio comportamento “ecologico” abbia la minima importanza? Certo, non vado a buttare la spazzatura nel Tevere o in spiaggia, ma temo che il mio comportamento personale sia irrilevante. Mi fermo qui, su questo tema c’è troppo da dire e, paradossalmente, troppo è stato detto. Non voglio aumentare il volume delle parole inutili.

Sono incuriosita dai nomi che dai ai tuoi personaggi. Diandro che mi ricorda una cosa neurologica, dove l’hai scovato? Mentre al protagonista hai dato il Migliore dei nomi… (scusa, non ho resistito alla facile battuta). Come li scegli, di istinto o dopo un’attenta ricerca?

R. Né l’uno né l’altro, diciamo che ci penso un po’ e poi decido, come tutte le altre parti che compongono il romanzo. Migliore era il soprannome di Togliatti e quindi, senza infliggere al lettore la tiritera sulla famiglia d’origine del protagonista, l’ho battezzato con un nome che, da solo, poteva descrivere l’ambiente in cui era cresciuto. Diandro, invece, è una parola che si trova solo in botanica per descrivere particolari apparati riproduttivi dei fiori. Suona vagamente slavo, ma non esiste. Esattamente come il personaggio non esiste per la nostra società.

C’è un dettaglio nella trama che ho trovato divertente e azzeccatissima: i due amici Diandro e Migliore si annunciano canticchiando un motivo a due voci, una sorta di lasciapassare con le canzoni di Albano-Romina, i Pooh, Cutugno. Poi citi opere di musica classica rivelando gusti e cultura trasversali. Quindi: che musica preferisci e ascolti?

R. Albano-Romina, i Pooh e Cutugno li amo quanto una scheggia infetta piantata sotto un’unghia. Nel libro li cito soltanto perché servono a Migliore per cercare di cogliere impreparato Diandro, naturalmente senza riuscirci. Le mie orecchie preferiscono altro e l’elenco sarebbe lunghissimo. Penso che chi ama davvero la musica non faccia differenze di genere e di epoche. Posso ascoltare La Wally di Catalani come gli AC/DC, i concerti brandeburghesi di Bach come Springsteen, Van Morrison o Peter Gabriel e decine d’altri autori. Il 2 ottobre è morto Tom Petty e da quando ho sentito la notizia ho ascoltato centinaia di volte le sue ballate, è il mio funerale ad personam. Questo per dirti quanto i miei ascolti siano poco catalogabili. La musica è vibrazione dell’aria e proprio per questo è delicatissima, parlarne troppo non le fa bene, meglio ascoltarla e sentirla echeggiare dentro.

Facendo riferimento al protagonista del libro, un giovane di grande sensibilità verso temi anche “scottanti” e un sogno legato alla realizzazione di un progetto innovativo, traslando su di te, ti divertirebbe di più indossare i panni dell’emarginato amico di immigrati clandestini o dello scienziato pazzo?

R. L’idea di Migliore di sfruttare il movimento delle auto, e quindi la velocità relativa dell’aria, per generare energia è un’idea a cui ho lavorato per qualche tempo, ma, esattamente per le stesse difficoltà che trova lui, ho smesso anch’io. Sarebbe magnifico se qualche imprenditore leggesse il libro e si appassionasse a quanto ho scritto e decidesse di usare un po’ di denaro per portare avanti il progetto. Io sono ancora fermamente convinto che abbia senso e sia scientificamente corretto. Quindi, se proprio devo scegliere, voto per lo scienziato, però non pazzo. Almeno non del tutto.

Ragazzo scaltro, portato alla franchezza e alla comunicazione diretta quindi senza peli sulla lingua, “pettinato col minipimer”, insofferente a un impiego fisso a tempo pieno, non bello… Quanto ti somiglia il tuo personaggio? Ti fai condizionare dai luoghi comuni e quanto aiutano questi a scrivere un romanzo divertente?

R. Per essere “pettinato col minipimer” avrei bisogno di molti capelli in più, impiego fisso a tempo pieno non l’ho mai avuto, bello non so, non credo, mancanza di tatto sempre. Per i luoghi comuni ho una profonda avversione, nei romanzi li uso per metterli in burletta. Spero che nella mia scrittura non compaiano mai, se così non fosse, e me ne rendessi conto, la mia autostima collasserebbe.

Che scuola hai fatto, e che voti prendevi?

R. Ho fatto l’Istituto tecnico per periti edili e poi mi sono laureato in Architettura senza fare l’architetto neppure per un giorno. Alle superiori, ogni anno mi stupivo di non essere stato bocciato, avevo la tendenza a evitare le lezioni. Per questo all’inizio della risposta ho detto “fatto” e non “frequentato”… sarebbe stata una bugia. Molto banalmente andavo bene in italiano, per il resto ancora non so spiegarmi come abbia sia riuscito ad arrivare alla fine, in alcuni periodi i professori stentavano a riconoscermi. All’università, per forza di cose e per interesse verso l’architettura, sono stato più bravo e diligente.

Ti piace il cinema viste le diverse citazioni che hai inserito nel libro. A parte Up, che deve averti colpito molto, leggendo mi è venuta una curiosità: perché citi un film di pirati del 1960 (Morgan il Pirata) e non il più recente Jack Sparrow? Inoltre sono andata a curiosare sulla tua citazione Slittamenti progressivi del piacere, che in realtà si chiama “Spostamenti”, lo hai visto davvero?

R. Sono più affezionato al cinema di qualche decennio fa che non a quello attuale. Anche in questo caso, molto banalmente, penso che i cosiddetti effetti speciali abbiano ucciso gran parte della creatività e dell’attenzione alle sceneggiature, alla costruzione dei personaggi e, più in generale, alle sfumature, quelle che danno il senso a un’opera che dovrebbe essere d’arte. So che è un giudizio rozzo e manicheo, ma così mi viene da pensare e non posso farci niente. “Slittamenti” mi piaceva di più che “Spostamenti” per questo ho fatto il furbetto con il titolo. Gli slittamenti vanno in una sola direzione e obbediscono alla forza d’inerzia di un corpo, gli spostamenti hanno una connotazione di volontà. Comunque l’ho citato perché è un film assolutamente fuori dagli schemi del giallo classico e che anzi ne sovverte le regole. È quello che sto cercando di fare con il romanzo che sto scrivendo ora, se riuscirà ad avere appena la metà dell’originalità di quel film, ne sarei felice.

Eclissi sulle scene di sesso, ti imbarazza parlarne o fa parte del tuo savoir faire da autore scienziato?

R. Imbarazzo assolutamente no, penso soltanto che per parlare d’amore e di sesso occorra una faccia tosta che mi manca. Un po’ di presunzione va bene … ma fino a un certo punto. Credo sia stato detto tutto troppe volte per cercare di trovare un approccio, un modo, un punto di vista che garantisca sufficiente originalità. Avrei sempre l’impressione di vendere pane raffermo spacciandolo per fresco.

Nell’episodio della visita al negozio di gadget su Mussolini, hai modo di esporre il tuo pensiero in merito al fascismo. Cosa pensi dei recenti episodi di crescente violenza nella Capitale, c’è da preoccuparsi per un ritorno al movimento fascista?

R. Non credo si tratti di un ritorno del movimento fascista. Anche se in maniera più che discutibile, rifarsi a qualcosa di storico avrebbe una giustificazione pseudoculturale. Quel che vedo è soltanto ignoranza che si trasforma in impavidi pestaggi di immigrati di quaranta chili o di omosessuali che passeggiano mano nella mano. Sostanzialmente credo sia un’ignoranza indotta, presentando problematiche in modo da generare paura e potersi offrire come baluardo di difesa. È accaduto con “gli sporchi giudei” ora accade con gli immigrati o con gli zingari che, a quanto ne so io, sulla terra non sono comparsi ieri. È un fenomeno simile alla pubblicità: fino a che non la vedi non sai che avrai quel desiderio e poi, quando ti sei “innamorato” di quanto pubblicizzato, quando ne vedi di nuovo lo spot, ti fermi a guardarlo perché ti dà conferma della bontà del tuo pensiero e del tuo adoperarti per soddisfarlo. È certamente più complicato di come ho cercato di sintetizzare, ma non mi pare il caso di fare di un’intervista un trattatello di sociologia e far sfoggio di cultura riesumando la teoria dell’“esposizione selettiva” di McLuhan. Elaborazioni intellettuali a parte, quel che genera grande tristezza è la constatazione che l’umanità non impara mai niente o, se impara, tende a dimenticare con facilità sorprendente.

Oltre alla Punto, macchina ribattezzata “Puzzo” per l’odore che si diffonde al suo interno, e a “coetanista” con cui descrivi la preferenza per ragazze della stessa età, hai coniato un altro neologismo, cioè “bottigliare” a indicare l’azione di mettere fuori combattimento un energumeno colpendolo con una bottiglia sulla nuca. Speri che un giorno qualcuno di questi venga inserito nel vocabolario come è stato per petaloso?

R. Se potessi/dovessi scegliere un implicito riconoscimento come questo, mi farebbe più piacere vedere, anzi, sentire queste parole entrare nel linguaggio comune, com’è successo al linguaggio usato da Villaggio nei suoi Fantozzi. È impressionante quanto di quel modo di aggettivare e narrare sia entrato nel linguaggio comune. So che non è una citazione alta, ma tant’è, non ho sentimenti positivi per i riconoscimenti accademici. Potrei fare un’eccezione per il Nobel, ma la vedo durina.

Prendo a prestito una citazione dal tuo libro, «Forse i sogni non hanno la possibilità di farsi realtà. Forse hanno forma, materia e consistenza inadattabili alla concretezza del reale e il nostro affannarci potrebbe non avere il minimo senso», per chiederti, come nelle interviste da manuale, qual è il tuo sogno nel cassetto?

R. Visto che la risposta “la pace nel mondo” è assegnata d’ufficio alle concorrenti di Miss Italia non usurpo i loro diritti. Senza scherzare: è una domanda troppo difficile e purtroppo in ritardo rispetto alla mia età. Posso dirti un desiderio: mi farebbe molto piacere che dalla Cresta dell’upupa potesse essere tratto un film. Quasi tutti quelli che lo hanno letto (e ovviamente con cui ho parlato di questo) hanno avuto la sensazione di “leggere” un film, penso che potrebbe venirne fuori qualcosa di buono.

Per concludere ti chiedo il tuo Consiglio di lettura, qual è il libro secondo te che tutti dovrebbero leggere assolutamente nella vita?

R. Non riesco a dirne uno solo. Mi vengono in mente almeno una ventina di titoli e nel non citarli mi sento in difetto verso i libri stessi e chi li ha scritti. Con grandissimo sforzo riesco a citarne soltanto due che, per molte ragioni, sono quasi agli antipodi. Uno è Preghiera per un amico di John Irving. Questo per chi ama la narrazione “classica”. È un romanzo che tra chiaroscuri, eventi traumatici, accuratezza e capacità di intarsio della scrittura scolpisce i personaggi e li inserisce nel corso della storia con la S maiuscola con estrema naturalezza, senza mai dare l’impressione della minima forzatura. Ed è scritto con grande passione e partecipazione emotiva, a un romanzo non si può chiedere di più. Il secondo è Il ladro di gomme di Douglas Coupland. Questo per chi preferisce la narrativa maggiormente articolata e meno inserita nel solco della tradizione. Ha un approccio frammentario, per larga parte è un romanzo epistolare e in apparenza i diversi punti di vista sembrano distorti e tutt’altro che consolatori, ma penso che nessuno finora abbia narrato il terzo millennio con questa profondità travestita da superficialità. Tutto questo utilizzando una forma ormai quasi arcaica come il romanzo epistolare.

Grazie, Daniele per questa intervista e ancora complimenti per il tuo libro La cresta dell’upupa.

Grazie a te per i complimenti e per questa intervista.

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Leggi la recensione del libro di Daniele Borghi La cresta dell’upupa.

Daniele Borghi

Pagina fb: https://www.facebook.com/DanieleBorghiAutore/

Official site: http://www.agenziaedelweiss.com

Dario Pontuale, scrittore, saggista, critico letterario

dario pontuale
Dario Pontuale

Intervista a… uno scrittore pluripremiato, affermato critico, corteggiato da numerose case editrici per il suo lavoro di (ri)scoperta dei classici della letteratura, riproponendoli al grande pubblico di lettori in chiavi del tutto nuove e presentandoli come non è mai stato fatto prima. Tra le sue ultime produzioni, il volume Ciak si legge- CAPOLAVORI SENZA TEMPO RACCONTATI A CHI HA POCO TEMPO, che raccoglie 22 libri classici descritti dall’autore da un punto di vista originale e appassionato, due aggettivi che lo descrivono perfettamente e il saggio Una tranquilla repubblica libresca anche questo incentrato sull’indagine critica di capolavori letterari.

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Con tutti gli scrittori che intervisto apro sempre con la domanda di rito: a che età hai iniziato a scrivere e come è stato il percorso che ti ha portato a essere oggi un autore “di professione”?
R. Iniziai a scrivere durante l’università, erano brevi racconti tenuti nel pc. Un giorno pensai che potevano essere cuciti assieme da una macro trama e così nacque “La Biblioteca delle idee morte”. Lo mandai a un piccolo editore, era il 2007, e da lì è cominciata, soprattutto dopo il premio Mario Soldati.
Per la critica letteraria, invece, è un po’ diverso, la gestazione è più lunga.
Ho condotto quello che si potrebbe definire un “canonico iter scolastico”, non ho seguito corsi di scrittura creativa o stage, ma non perché sia contrario, semplicemente perché credo che la critica sia una disciplina che va imparata sul campo, tra i libri, in biblioteca e giorno dopo giorno sopra un lungo piano temporale. Mi sono laureato in Lettere, in critica letteraria, poi ho iniziato a scrivere per delle riviste letterarie, prima brevi note biografiche, poi saggi più lunghi. Dopo iniziarono le collaborazioni con le case editrici, la scoperta e le prefazioni dei classici, le curatele, le direzioni di collane, infine monografie critiche. Iniziai nel 2005, il cammino è stato lungo e c’è ancora molto da farne. Insomma, per usare un termine estremamente logoro, questa è la mia “gavetta”, una lunga scia di carta scritta.
Insistendo sul tuo ingresso nel mondo editoriale, mi interessa sapere se scrivere il primo libro tuo è stato per rispondere a un bisogno, a una necessità che non hai potuto ignorare oppure se si è trattato piuttosto di una naturale conseguenza della tua abitudine a stare costantemente  in mezzo ai libri.
R. Questo non saprei davvero dirlo, ho cominciato a scrivere dopo aver tanto letto. Esigenza connaturale? Non saprei dirlo con esattezza, è successo e poi è andata avanti. I classici mi piacevano e mi piacciono tutt’ora più di ogni altro testo, leggere i Grandi e imparare da loro, carpire i loro segreti, restare pietrificati davanti alla loro maestria, mi emoziona ancora. Credo molto nella frase di Borges, scrittore, critico e bibliotecario, che affermava: “Ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto”.
Questo vale anche per me; son più fiero d’aver letto tutto Moby Dick o L’isola del tesoro oppure Madame Bovary, piuttosto d’aver scritto dei romanzi.
Ti sei formato con gli studi della letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Cosa riscontri di maggiormente diverso (non voglio dire migliore o peggiore) nella letteratura del XXI secolo?
R. Domanda complicata e immensa, per trovare una risposta unica forse direi che quel che più riscontro nella letteratura presente è la sua “accondiscendenza”, si limita ad assecondare i gusti dei lettori, gli fa trovare nelle pagine ciò che si aspettano, li coccola pur di non infastidirli e perderli. Insomma è troppo rassicurante, mentre la letteratura deve essere pericolosa, deve far pensare, non soltanto intrattenere; deve offrire domande non risposte.
In particolare in Italia quali sono secondo te, i nomi che resteranno nei programmi scolastici delle prossime generazioni?
R. Il genio lucido e mai remissivo di Antonio Tabucchi. Ecco Tabucchi non mirava a consolare, semmai a inquietare e questo lo ha reso immenso.
Sei un autore di romanzi, di racconti, sei un saggista, un critico letterario: possiamo definirti un intellettuale a tutto tondo?
R. Intellettuale mi piacerebbe, ma non credo di esserlo. Oggi a simile termine è stata data un’accezione negativa, ha assunto il valore di “scansafatiche, parolaio, affabulatore”, lo hanno impoverito, mentre dovrebbe avere ben altro peso, dovrebbe assumere un ruolo di osservatore della società, un punto di riferimento; invece è diventata un’etichetta denigratoria. Perciò difendo gli intellettuali veri, appoggio il loro lavoro, soprattutto quando leale, ma non credo di esserlo, sono semmai “uno che scrive”. C’è chi mi chiama “scrittore” e chi “critico”, comunque resto “uno che scrive” e questo mi basta per sentirmi fortunato.
Ci descrivi il tuo pubblico e la giornata tipo di un autore come te?
R. Credo, e sottolineo credo, sia un pubblico che non si ferma alla prima impressione e vuol capire cosa c’è di altro oltre a ciò che si vede. A me piacciono le anime curiose perché hanno sempre qualcosa da scoprire e sarei contento se anche loro fossero così. La mia giornata è difficile da rendere in uno schema fisso, il bello di questo lavoro è l’aver giornate sempre diverse dalle altre, la routine è cosa sconosciuta. C’è qualche punto fermo, certo: leggere, rispondere alle mail e alle telefonate, andare a correre, vedere film; insomma cose normali credo, come quelle di molti altri. Non ho inserito scrivere, non per sbadataggine, ma perché non scrivo tutti i giorni, casomai correggo ciò che ho scritto nei giorni precedenti. Confesso di aver con la mia scrivania un rapporto altalenante. Interi giorni non mi scollo da lì, altri non la guardo nemmeno. Per scrivere ho bisogno di far altro prima, vivere possibilmente, altrimenti ho poco da raccontare o da commentare.
Zeno Bizanti è il protagonista del tuo romanzo Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno. Non è il solo caso in cui ci si imbatte in qualcosa di altri autori nei tuoi libri. Per soddisfare una mia curiosità che ho già avuto analizzando le opere di altri autori, ti chiedo: è una coincidenza o nella scelta del nome sei rimasto influenzato dallo sveviano personaggio?
R. Svevo è stato il mio oggetto di tesi; adoro lui, la sua scrittura, i suoi personaggi. Un omaggio mi sembrava il minimo, un tributo doveroso. Nei miei romanzi, tuttavia, il nome o il cognome dei personaggi non è mai casuale; mi diverto a sceglierne di ispirati al cinema o alla letteratura. Qualche lettore li ha scoperti e mi ha perfino scritto, ed è stato divertente rispondergli.
La tua carriera può rappresentare l’obiettivo a cui tendere per molti scrittori esordienti; sono soprattutto loro che vogliamo supportare con questa rubrica di interviste. Ricordando i tuoi inizi, c’è qualcosa che alla lunga si è rivelato un passo falso e che sconsiglieresti a chi desidera intraprendere la tua stessa professione?
R. Consiglierei di non buttare via mai il loro lavoro, perché ogni lavoro è importante, sempre. L’editoria è una macchina disposta a prendere, anzi ad arraffare, consumare e poi buttare. L’editoria attuale pubblica un libro, lo “butta” sul mercato per il tempo di un attimo e poi ne cerca uno nuovo, dimenticando che quel libro all’autore è costato mesi se non anni di fatica e sudore. L’editoria ha poco cuore, soprattutto il sistema editoriale, e ancora meno memoria e ricade sempre nella solita lamentela che “nessuno compra”, scrivo “compra” volutamente e non “legge”. Perciò consiglio a giovani autori, se credete nel sudore della vostra fronte (e dovete farlo), prima di cedere a una proposta di pubblicazione, valutate e capite bene i dettagli; le procedure, le garanzie, non permettete che la vostra passione o slancio, vengano deturpati da chi mira soltanto a sbarcare il lunario. Fate le cose per bene, la fretta è un’ansia impostavi per ridurre a brandelli, un inganno per farvi credere altro. Non vi lasciate adulare, è solo piaggeria, e siate i primi critici di voi stessi, sempre.
E se sfregando la lampada di Aladino tu potessi riportare in vita un grande della letteratura, uno dei tuoi modelli a cui domandare qualsiasi cosa, chi sceglieresti e quali domande gli faresti?
R. Sicuramente riporterei in vita Pier Paolo Pasolini, ma non per fargli domande, semmai per scusarmi di quanto diede al nostro Paese e di quanto poco abbia ricevuto in cambio. Un intellettuale VERO, ma inascoltato e scannato nel fango come un maiale.
Per concludere il consueto consiglio di lettura. Chiedo anche a te quale libro tutti dovrebbero leggere assolutamente, un must-read senza il quale non si può dire di aver mai letto veramente.
R. Domanda difficilissima, perciò rispondo a bruciapelo e con un titolo “fuori dal coro”: La vita agra di Luciano Bianciardi, uno degli scrittori più acuti e illuminati che il nostro Novecento abbia avuto. Un autore dimenticato, ma dalla potenza inaudita. Un capolavoro che lascia spiazzati, così come il bellissimo film con la regia di Lizzani e l’interpretazione di Tognazzi.
La vita agra è l’amore per la vita e l’odio per l’edonismo, l’onestà intellettuale contro l’ipocrisia dilagante.
Grazie, Dario, di questa intervista e ti verremo a trovare alla Fiera della Piccola Editoria di Roma dove presenterai un tuo nuovo lavoro di prossima pubblicazione. Ricordiamo ai lettori che invece il 14 novembre 2017 presenterai Ciak, si legge alla Fondazione Mario Luzi di Firenze.
Dario Pontuale

 

Renato Esposito, autore del feuilleton nostrano Pizza al taglio

Renato-Esposito
Renato Esposito

Intervista a… un autore dall’inconfondibile provenienza partenopea, molto “social” come deve essere chi  propone le sue opere in self publishing e che proprio nella grande rete ho incontrato quando ha presentato la scrittura “a puntate” del suo ultimo libro, Pizza al taglio, riprendendo l’antico feuilleton, il romanzo d’appendice degli inizi dell’Ottocento che veniva pubblicato in calce ai giornali.

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Per rompere il ghiaccio e conoscerti meglio, l’intervista si apre con la domanda di rito: quando hai iniziato a scrivere e come è stato il tuo ingresso nel mondo editoriale?
R. Ho iniziato a scrivere storie non appena ho imparato materialmente a scrivere, quindi dalla prima elementare. Ricordo che molte volte, in alcuni dei pomeriggi in cui mi vedevo con qualche amico della scuola, se stavamo seduti a un tavolo loro disegnavano, mentre io scrivevo.
Una delle tue recenti pubblicazioni è il thriller La guerra dei topi e delle rane, pubblicato originariamente in tre libri, che hanno come protagonista un aspirante scrittore. Viene spontaneo chiedersi se per ben cominciare, uno scrittore attinga alla propria esperienza e che quindi il protagonista Remo Pagani, in realtà sia tu.
R. Remo Pagani non sono io, il fatto che in tantissimi credono che lo sia, specialmente coloro che non mi conoscono, mi lusinga, perché significa che il personaggio è molto credibile. Ma non sono io. A essere del tutto onesti, Remo Pagani è una versione estrema di ciò che sarei potuto essere io in un dato momento della mia vita, quando uscito dall’università cercavo la strada per realizzarmi professionalmente.
Appartieni alla cosiddetta piccola editoria indipendente. Sei autore, editore e promotore di te stesso, giusto? Hai mai pubblicato in modo tradizionale e sei mai incappato nel tunnel della pubblicazione a pagamento come capita a molti scrittori?
R. Ho pubblicato anche in modo tradizionale, ricavandone esperienze negative sotto ogni aspetto, profitto compreso, e una volta sono incappato pure nell’editoria a pagamento.
Dallo scorso mese di Agosto hai iniziato una nuova avventura editoriale. PIZZA AL TAGLIO il tuo ultimo thriller pubblicato settimanalmente in forma gratuita sul portale Pagina Tre. Un capitolo a settimana, come una fetta di pizza alla volta per gustare pian piano la lettura. Ce ne vuoi parlare? Come ti è venuta l’idea di ispirarti al feuilleton?
R. Quella di ispirarmi ai feuilleton è un’idea che mi porto dietro da tempo, e che ho scelto per pubblicare alcuni dei miei lavori, ma Pizza al taglio è l’unico fruibile interamente gratis, almeno finché non sarà terminato. Sono tanti gli elementi che mi piacciono in questo tipo di pubblicazione, primo fra tutti il rapporto che si crea coi lettori, quasi di intimità, è come se ogni settimana avessi un appuntamento con loro.
È vero che il libro non è semplicemente “sezionato” in tante fette di pizza, ma anche la scrittura è dilazionata in puntate? Come la metti con la pianificazione del progetto, cioè quante puntate hai previsto? Come è stato finora il riscontro del tuo pubblico di lettori?
R.  La storia, nel suo andamento principale, è già stata pianificata, ma non ho ancora deciso il numero esatto dei capitoli, che saranno comunque sulla sessantina, né se farla finire con questa “prima stagione”, molto dipenderà anche dal riscontro dei lettori, che fino a questo momento è stato molto positivo e ha superato quelle che erano le mie aspettative.
Questo blog scende al fianco degli autori emergenti per cui chiedo a te che possiamo considerare già di esperienza: quali sono i primi tre passi fondamentali che dovrebbe seguire un giovane esordiente?
R.
  1. Leggere tanto.
  2. Scrivere tanto.
  3. Non pagare mai per pubblicare.
Nella tua carriera decennale di scrittore i titoli che hai prodotto sono piuttosto numerosi. Sei quindi un autore prolifico: sono curiosa di sapere se per te è più importante essere letto oppure vendere più copie possibile e come reagisci, se ti capita, a eventuali critiche o recensioni negative.
R. Essere letti, il più delle volte, va di pari passo con il vendere copie. Per quanto concerne le eventuali critiche o recensioni negative, una volta erano in grado di rovinarmi la giornata, adesso che mi sono fatto le ossa me ne sbatto totalmente.
Come sempre l’intervista si conclude col Consiglio di lettura. Qual è secondo te un libro che tutti dovrebbero leggere assolutamente?
R. Il nome della rosa di Umberto Eco
Grazie, Renato, della tua disponibilità per questa intervista e complimenti per la tua idea di romanzo a puntate.
Grazie a voi, vi aspetto ogni martedì alle 20:00 su Pagina Tre!
Renato Esposito