N7 rue de Grenelle intervista Blandine Rinkel, autrice di “Nessuna pretesa”

B Rinkel
Blandine Rinkel – credits Richard Dumas

Per presentarla al pubblico italiano, le rivolgo la domanda di apertura usuale: ci può raccontare come ha iniziato a scrivere?

Ho iniziato prima a scrivere che a leggere correttamente. Verso i 12 anni, ho deciso di iniziare a ricopiare tutto quello che trovavo di interessante nei libri, frasi, paragrafi, talvolta pagine intere. Tenevo — e tengo tuttora, in quanto mi facilita la vita se devo scrivere una critica a un libro o un articolo rapidamente — un diario di letture dove tutto era recensito a mano. A furia di ricopiare le frasi di altri, mi è venuta voglia di scrivere le mie. Quindi ho iniziato un altro diario, dove annotavo le osservazioni che riutilizzavo principalmente nella corrispondenza che avevo all’epoca con dei compagni di scuola o su internet. È rispondendo alle lettere e ai libri che ho iniziato a scrivere.

  • Nessuna pretesa è un romanzo autobiografico in cui parla di sua madre Jeanine. Quale è stata la reazione di Jeanine quando ha saputo del libro?

Ho ricevuto tre messaggi: il primo diceva «emozionata», il secondo «molto emozionata» e il terzo «non sapevo di avere una vita così interessante». Da cui, ovviamente, mi sono commossa anch’io. Jeanine ha reagito molto bene; la distanza tra noi che è descritta nel libro corrisponde, credo, alla distanza che esiste tra le nostre vite. Per me non era un modo per regolare i conti, ma per descrivere la vita di questa donna di 65 anni che si ritrova a essere mia madre. All’inizio, volevo scrivere il libro in terza persona, in forma impersonale, fare il ritratto di una Jeanine, senza precisare che si trattasse di mia madre — pensavo fosse aneddotico — ma proseguendo man mano nella scrittura, ho capito che evitare di dire che ero la figlia di Jeanine, era come barare un po’, scrivevo in modo più corretto quando mi prendevo il rischio di dire «mia madre». Voleva dire mettersi in gioco; tutto diventava più fremente, iniziava a contare, bisognava fare attenzione alle parole.

  • Jeanine è una donna matura che alla soglia della pensione rimane sola nella sua grande casa. Quanto ha inciso la mancanza del marito sulla scelta di vivere accogliendo gli altri, spesso anche ospitandoli in casa?

La solitudine di Jeanine è lo scenario di tutto il libro, qualcosa di cui è difficile parlare troppo apertamente, qualcosa che non può essere altro che un vuoto. Non è principalmente, o solamente, il marito che manca — è la famiglia senza dubbio, ma anche il centro città, un luogo accogliente dove vivere, dove fare degli incontri. Jeanine vive a Rezé, cittadina media dell’ovest della Francia che ha la caratteristica (sempre più diffusa, ahimè) di non avere un centro: niente librerie, bar, zone pedonali dove incontrare persone. Gli incontri avvengono quindi casualmente, sui marciapiedi, al supermercato. Mia madre è senza dubbio, in questo, un personaggio molto contemporaneo: famiglia separata, cittadine quasi disabitate, e malgrado tutto, gli incontri avvengono, la vita segue il suo corso.

  • Dalla lettura del libro si evince che Jeanine è sicuramente una donna libera. Ma tra altre sue caratteristiche, è più generosa o ingenua?

Non saprei. Non voglio giudicarla moralmente, solo esporre il suo modo di essere. Senza dubbio lei è, come tutti noi, contraddittoria: allo stesso tempo generosa e avara, ingenua e molto lucida, libera e bloccata. Non mi interessa poi tanto darle una definizione, è il suo enigma che mi interessa e che cerco di esplorare nel libro. Mia madre è come un caleidoscopio.

  • Jeanine ha l’abitudine di fissare le sue riflessioni su post-it che attacca al frigo. Tra questi la domanda: “Cos’è una vita di successo?”. Ha trovato la risposta?

Bisognerebbe chiederlo a lei. Lascio al mio personaggio i suoi segreti.

  • Cosa ammira di più in sua madre?

La sua modestia negli incontri. L’assenza di giudizio a priori; il fatto che rivolga la parola a chiunque, senza gerarchie, senza disprezzo né orgoglio, con una curiosità insaziabile verso l’altro, che ascolta ciò che le dice prima di farsi un’opinione su di lui. Anche il fatto, che sia capace di cambiare l’opinione che aveva su qualcuno in base a ciò che lui le dice. Esiste in Jeanine una giustizia discreta che stimo.

  • Se lei, Blandine, fosse madre, prenderebbe esempio da qualche aspetto del suo rapporto con Jeanine per costruire quello con sua figlia?

Non so. Mia figlia non sarebbe me, e io non sono Jeanine. Credo che esistano distanze ben determinate tra le persone.

  • Il suo libro è uno straordinario mezzo per insegnare alle persone che le “ibridazioni” culturali sono un arricchimento e non una minaccia. Secondo lei, quali altri mezzi possono servire a non temere il diverso?

Interessarsi. Provare a non essere indifferenti alla diversità. Potrei anche dire leggere letteratura di viaggio, lasciare l’ideologia per andare a toccare con mano, ma questo mi sembra fin troppo evidente come risposta, è facile cadere nel cliché; in realtà non sono affatto sicura di avere io stessa tutte le soluzioni per sbarazzarsi della paura. Ci sono dei tentativi che si possono fare, ognuno i suoi.

  • È cambiata la sua vita dopo gli attacchi terroristici in Francia?

Da parte mia, no.

  • Nessuna pretesa è il suo primo romanzo ed è stato candidato a un prestigioso premio in Francia. In quante lingue è stato tradotto?

Solo in italiano! Lingua che d’altronde Jeanine parla.

  • Per concludere, quale libro le è rimasto nel cuore e vorrebbe suggerire ai lettori del blog?

Recentemente, Le Lambeaudi Philippe Lançon, giornalista che era nei locali di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 e, accanto ai suoi colleghi uccisi, è stato colpito da un ak47 alla mandibola – ma è tutto tranne che un libro sul terrorismo: è un libro sulla forza incredibile della catena umana nella sofferenza e nella consolazione. Un libro di ospedali, di ricordi, di sguardi. Nel leggerlo, ho avuto bisogno di riscoprire la parola “capolavoro” – che di solito rifiuto, tanto è enorme, ma in questo caso ha avuto senso. E più in generale, per associazione di idee e trattandosi di un libro tradotto in italiano, suggerisco Marsdi Fritz Zorn (Marte – Il cavaliere, la morte e il diavolo).

 

Grazie di questa intervista e congratulazioni per il successo del suo romanzo.

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