N7 rue de Grenelle intervista l’editore RACCONTI di Roma

Racconti edizioni è una nuova casa editrice che pubblica soltanto short stories. Nasce a Roma nel 2016 da un’idea di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco. Del progetto fa parte anche la rivista culturale Altri Animali a cura di Leonardo Neri.

ϟ Quando e come è stata fondata la sua casa editrice?

Prima che lo Stato italiano ci riconoscesse come un’impresa editoriale, nel novembre del 2015, e prima che il pubblico (allora poche persone, oggi spero qualcuna in più) ci riconoscesse sugli scaffali delle librerie, Racconti nasce probabilmente in quel fatidico momento in cui Stefano e io (Emanuele) abbiamo cominciato a starci simpatici. Essendo io quello più diffidente immagino sia stato uno di quei pochi giorni in cui mi metto in testa di non detestare il prossimo. Eravamo al Master in Editoria e tra una citazione di Guzzanti e l’altra ci siamo trovati d’accordo su alcuni punti importanti, credo. C’era l’idea di fare qualcosa che ancora non esisteva, ma non sapevamo ancora cosa, e c’era l’idea di smetterla di fare stage mal pagati, ma non sapevamo ancora come. Da lì in avanti non so spiegare bene in che modo, ma siamo arrivati a pubblicare John Cheever. Adesso abbiamo meno soldi di prima, però possiamo atteggiarci da editori.

ϟ Come si è evoluto il catalogo dalla fondazione oppure è rimasto più o meno costante?

Avendone pubblicati soltanto 13, qualora ci fosse discontinuità, non si chiamerebbe evoluzione ma incoerenza. Devo ammettere tuttavia una certa diffidenza per il concetto di linea editoriale, a mio avviso sovrastimato. Non perché una casa editrice non debba essere riconoscibile, per carità, ma perché mi riesce difficile vincolare il nostro gusto personale a uno stile codificato. Viviamo in un’epoca che comprende un numero pressoché infinito di stilemi, estetiche e poetiche, tutte più o meno valide e riconosciute. Per riuscire a comprendere tutto questo, ed essere «attuali», abbiamo pensato di fare un passo indietro e semplificare l’idea di linea editoriale: porsi un vincolo semplice e meno sfumato possibile – quello della forma-racconto – e lasciarsi andare a una sincera curiosità, pronta sempre a “contraddire” le nostre convinzioni. In questo senso i primi quattro libri di narrativa italiana che pubblicheremo potranno essere considerati molto diversi fra loro. Eppure in qualche modo, nonostante le differenze, mi sembra parlino proprio della mia generazione. Siamo cresciuti sotto una pioggia di linguaggi completamente diversi fra loro, apparentemente distanti: sono figlio di un musicista jazz, ho studiato filosofia, ascolto il rap, sono stato abbonato in curva sud, seguo il basket oltreoceano, sono cresciuto con Ghostbuster ma adoro Jim Jarmush, leggo Céline ma provo un amore incondizionato per qualsiasi cosa abbia scritto Queneau. Spesso mi chiedo quale logica sia capace di raggruppare tanti immaginari, tanti approcci alla realtà così distanti fra loro.

ϟ Ammesso che sia in linea col catalogo dell’editore, cosa deve avere in più un libro per essere scelto e pubblicato dalla sua casa editrice?

È un’espressione che non mi piace. Non chiediamo al libro di avere qualcosa in più, quello si fa con i detergenti liquidi.

ϟ Una volta era più diffusa, adesso gli editori sono quasi tutti NO EAP. Cosa pensa dell’editoria a pagamento?

Nella misura in cui si pubblicano troppi libri per quanti poi se ne leggono, nella misura in cui “scrivere”, inteso nel modo più vuoto possibile, può costituire una sorta di status symbol di cui nessuno è in grado di ridere, dal momento che i libri pubblicati per la stragrande maggioranza vengono abbandonati a loro stessi, perché si è sempre alla ricerca di una novità che non ha mai il tempo di dire niente di nuovo, nella misura in cui dei libri non si parla più, non si discute più, dal momento che il libro è stato relegato alla sola dimensione individuale e direi solipsistica della vita culturale, a partire da tutto questo l’editoria a pagamento non è altro che l’altra faccia della cosiddetta editoria tradizionale. Detto questo, se non spieghi a un aspirante scrittore che non verrà minimamente promosso, che il suo libro avrà una cura misera rispetto ai libri che si trovano in libreria, se non gli spieghi appunto che il suo libro NON lo si potrà trovare in libreria, be’, allora, per quanto possa essere ingenuo lo scrittore in questione, comunque lo stai truffando.

ϟ Come vede il futuro dell’editoria? Le piccole case editrici alla fine, ce la faranno a reggere la concorrenza con le grandi, se concorrenza esiste?

La concorrenza intesa in senso liberale non esiste. Pensare che noi e Mondadori siamo lo stesso tipo d’impresa è del tutto assurdo; potremmo dire che “a parte la questione dei libri” non abbiamo nient’altro in comune. In termini di peso sul mercato editoriale non esistono grandi e piccole case editrici. Esistono case editrici immense e case editrici minuscole, con pochissime eccezioni. Anche in questo caso penso che l’esistenza delle prime comporti l’esistenza delle altre. Si ragiona per entropia: l’estinzione delle case editrici piccole, o meglio minuscole, potrebbe comportare la nascita di case editrici indipendenti un po’ più grandi, e un po’ più solide. Non sarebbe mica male, come estinzione. Il punto piuttosto non è se spariranno o meno, cosa che non credo accadrà. Il punto è cercare di capire quanto vogliamo che soffrano come soffrono adesso. E non è detto che sia un problema unicamente delle piccole: quando l’aria è inquinata le prime a morire sono le api; ma senza le api che succede?

ϟ Libro cartaceo o digitale, secondo il suo gusto personale?

Sono senza dubbio per il cartaceo. Ma non in senso sacrale-reliquiale. Preferisco l’analogico perché assimilo meglio. Posso sottolineare, e organizzarmi mentalmente lo spazio. Pensiamo al modo di scorrere le pagine di un ebook: se devo andare a ricordarmi una frase o un periodo nel cartaceo so perfettamente a che pagina andare. Con l’ebook non posso farlo, le parole non occupano un posto preciso. Quel senso di volatilità non l’ho ancora superato.

ϟ Chi fa l’editore vive di lettura o ha anche altri interessi?

L’editore indipendente predilige perlopiù stamberghe maleodoranti dove i mobili smettono la loro funzione originaria fungendo invece da scaffali per l’accumulo di libri che non ha letto né leggerà mai. È solitamente ingrassato e ha perso diottrie. Mentre le sue relazioni vanno a catafascio, soffre per le sue ben celate lacune sui grandi classici russi. Mangia male, usa il tempo libero per preservare l’igiene e lavare vestiti ormai logori risalenti al liceo, la belle époque delle spese folli. Saltuariamente viene sovvenzionato dai genitori, attraverso una transazione fatta di sguardi girati dall’altra parte e imbarazzo. A lavoro passa la maggior parte del tempo a litigare con le macchine come i migliori luddisti. Legge cose che non vorrebbe leggere tranne in rari casi, i libri che pubblica, che comunque non si gode mai a pieno. È chiaramente uno dei mestieri più belli del mondo.

ϟ Scegliere il nome della casa editrice è importante. Come ha scelto il suo?

Cercavamo un nome che non fosse troppo esplicito, ma allusivo, che strizzasse l’occhio a pochi edotti attraverso una serie infinita di rimandi simbolici.

ϟ Se non avesse fatto l’editore, che professione avrebbe scelto?

Il vice-presidente.

ϟ Chi ha l’ultima parola sul titolo dei libri che vengono pubblicati, l’autore o l’editore?

Il lettore.

ϟ Ha più chance l’editore che risiede in provincia o quello delle grandi città?

Io abito in città e in effetti con tutto l’inquinamento che c’è potrei risentirne in vecchiaia. Certo anche la provincia ormai non è più sicura come una volta? Ah, ma forse intendeva più chance di vendere! Nessuna differenza, allora.

ϟ E la partecipazione alle fiere, rimane l’unico modo per essere visibili?

Non “rimane” nel senso che non è mai stato l’unico modo. In teoria librerie e stampa sono le piattaforme principali per rendersi visibili. È vero che il numero di fiere è destinato a salire, perché il problema della poca visibilità nelle librerie, soprattutto di catena, esiste. Le fiere si fanno volentieri perché si può parlare con i lettori, creare un ricordo, e ovviamente si può fare vendita diretta, che ahimè è diventata una fonte di entrata molto importante per gli editori indipendenti, soprattutto se piccoli come noi. Sono anche convinto però che quando le fiere cominciano a sostituire il lavoro dei librai e dei promotori c’è qualcosa che non funziona.

ϟ Quanti libri ha venduto nel 2017? Nel 2018 saranno di più?

Nel 2018 saranno di più.

ϟ Per concludere, una domanda a risposta aperta. Da editore, che messaggio lascerebbe ai visitatori di questo blog?

Vorrei dirgli innanzitutto che anche le precedenti domande erano a risposta aperta. E poi che per capire una casa editrice è sempre meglio ascoltare i libri piuttosto che l’editore.

 

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Ringrazio Emanuele Giammarco  per questa intervista.

Per conoscere il catalogo di Racconti Edizioni, visitate il sito www.raccontiedizioni.it

 

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