Intervista a Daniele Borghi per La cresta dell’upupa, Ensemble, 2017.

Per rompere il ghiaccio inizierei con la “domanda di rito” con cui apro le mie interviste che riguarda l’incontro tra gli autori e la scrittura: quando hai cominciato a scrivere per te stesso e quando invece hai deciso di pubblicare il tuo primo libro?

R. Ho ricordi confusi, quindi penso di aver cominciato a scrivere molto presto. Un episodio che ricordo bene è una “letterina” che scrissi per un compagno delle medie che voleva far colpo su una ragazzina, non ricordo come andò a finire. Più tardi ho cominciato a suonare la chitarra e a scrivere canzoni perché pensavo e penso siano un magnifico matrimonio della sintesi poetica con i moltiplicatori di armonia e melodia. Poi, a trent’anni, lavorando in falegnameria, mi sono segato l’indice della mano sinistra e non ho potuto più suonare… i barrè non mi venivano più bene. La prosa è stata una specie di ripiego, ho cominciato con i racconti ma non avevo idea di quale valore potessero avere, così decisi di partecipare a qualche concorso letterario. Visti i riscontri positivi, mandai un pacco di racconti a Feltrinelli. Insperatamente mi rispose scrivendo che erano buoni ma non avevano un filo conduttore comune e quindi preferivano non pubblicarli. Adesso sembra fantascienza ma quasi trent’anni fa le grandi case editrici rispondevano dopo aver letto. Qualche mese più tardi si fece vivo Fazi che li pubblicò in versione e-book. Dai racconti, senza un disegno preciso, sono passato a scrivere un romanzo e anche lì ho seguito la stessa prassi: concorsi letterari per inediti, riconoscimenti e, rassicurato, ho cominciato a mandarlo a qualche editore.

La cresta dell’upupa arriva ormai dopo cinque romanzi grazie ai quali sei diventato un autore di esperienza e il tuo stile è conosciuto e apprezzato. Come ci si sente quando si finisce di scrivere un quinto libro? Si impara ad avere una certa consapevolezza sul riscontro che riceverà dal pubblico di lettori?

R. Sinceramente ho molti dubbi sul fatto di essere un autore “conosciuto e apprezzato”, ma ti ringrazio per l’incoraggiamento. Sul fatto di come ci si senta non saprei dire. A volte mi dispiace abbandonare storie e personaggi, altre sono contento di lasciarli andare perché erano stancanti. Anche se non ne ho esperienza, mi sembra di essere un attore che ha portato sulla scena una pièce per molto tempo: sono contento d’averlo fatto però ho voglia di immaginare altro. Sul riscontro dei lettori non ho la minima idea, la sola cosa che mi interessa è che non si annoino. Per fortuna vivo d’altro e le vendite mi interessano soltanto per avere la possibilità di pubblicare “meglio” la volta dopo. È un discorso complesso e a volte contraddittorio, sicuramente il ruolo principale lo gioca la vanità, l’ego che tende a gonfiarsi. Credo di riuscire a tenerlo a bada piuttosto bene, ma forse non sono obiettivo.

Entriamo in questo libro. Mi sento molto vicina al tuo personaggio che va ad “appropriarsi” ai cassonetti del vetro da riciclare e dei cartoni per farne cartelli (io lo faccio con le cassette della frutta) e condivido il suo ingegnarsi per guadagnare due soldi in modo “pulito”. Sei anche tu attento ai temi ecologici e di salvaguardia del nostro pianeta?

R. Affrontando questi argomenti il tentativo di sintetizzare non è mai un buon approccio, ma non vedo alternative e rispondo con una domanda che può sembrare sprezzante ma non lo è: dopo che Trump ha stracciato gli accordi sulle emissioni è possibile che il mio comportamento “ecologico” abbia la minima importanza? Certo, non vado a buttare la spazzatura nel Tevere o in spiaggia, ma temo che il mio comportamento personale sia irrilevante. Mi fermo qui, su questo tema c’è troppo da dire e, paradossalmente, troppo è stato detto. Non voglio aumentare il volume delle parole inutili.

Sono incuriosita dai nomi che dai ai tuoi personaggi. Diandro che mi ricorda una cosa neurologica, dove l’hai scovato? Mentre al protagonista hai dato il Migliore dei nomi… (scusa, non ho resistito alla facile battuta). Come li scegli, di istinto o dopo un’attenta ricerca?

R. Né l’uno né l’altro, diciamo che ci penso un po’ e poi decido, come tutte le altre parti che compongono il romanzo. Migliore era il soprannome di Togliatti e quindi, senza infliggere al lettore la tiritera sulla famiglia d’origine del protagonista, l’ho battezzato con un nome che, da solo, poteva descrivere l’ambiente in cui era cresciuto. Diandro, invece, è una parola che si trova solo in botanica per descrivere particolari apparati riproduttivi dei fiori. Suona vagamente slavo, ma non esiste. Esattamente come il personaggio non esiste per la nostra società.

C’è un dettaglio nella trama che ho trovato divertente e azzeccatissima: i due amici Diandro e Migliore si annunciano canticchiando un motivo a due voci, una sorta di lasciapassare con le canzoni di Albano-Romina, i Pooh, Cutugno. Poi citi opere di musica classica rivelando gusti e cultura trasversali. Quindi: che musica preferisci e ascolti?

R. Albano-Romina, i Pooh e Cutugno li amo quanto una scheggia infetta piantata sotto un’unghia. Nel libro li cito soltanto perché servono a Migliore per cercare di cogliere impreparato Diandro, naturalmente senza riuscirci. Le mie orecchie preferiscono altro e l’elenco sarebbe lunghissimo. Penso che chi ama davvero la musica non faccia differenze di genere e di epoche. Posso ascoltare La Wally di Catalani come gli AC/DC, i concerti brandeburghesi di Bach come Springsteen, Van Morrison o Peter Gabriel e decine d’altri autori. Il 2 ottobre è morto Tom Petty e da quando ho sentito la notizia ho ascoltato centinaia di volte le sue ballate, è il mio funerale ad personam. Questo per dirti quanto i miei ascolti siano poco catalogabili. La musica è vibrazione dell’aria e proprio per questo è delicatissima, parlarne troppo non le fa bene, meglio ascoltarla e sentirla echeggiare dentro.

Facendo riferimento al protagonista del libro, un giovane di grande sensibilità verso temi anche “scottanti” e un sogno legato alla realizzazione di un progetto innovativo, traslando su di te, ti divertirebbe di più indossare i panni dell’emarginato amico di immigrati clandestini o dello scienziato pazzo?

R. L’idea di Migliore di sfruttare il movimento delle auto, e quindi la velocità relativa dell’aria, per generare energia è un’idea a cui ho lavorato per qualche tempo, ma, esattamente per le stesse difficoltà che trova lui, ho smesso anch’io. Sarebbe magnifico se qualche imprenditore leggesse il libro e si appassionasse a quanto ho scritto e decidesse di usare un po’ di denaro per portare avanti il progetto. Io sono ancora fermamente convinto che abbia senso e sia scientificamente corretto. Quindi, se proprio devo scegliere, voto per lo scienziato, però non pazzo. Almeno non del tutto.

Ragazzo scaltro, portato alla franchezza e alla comunicazione diretta quindi senza peli sulla lingua, “pettinato col minipimer”, insofferente a un impiego fisso a tempo pieno, non bello… Quanto ti somiglia il tuo personaggio? Ti fai condizionare dai luoghi comuni e quanto aiutano questi a scrivere un romanzo divertente?

R. Per essere “pettinato col minipimer” avrei bisogno di molti capelli in più, impiego fisso a tempo pieno non l’ho mai avuto, bello non so, non credo, mancanza di tatto sempre. Per i luoghi comuni ho una profonda avversione, nei romanzi li uso per metterli in burletta. Spero che nella mia scrittura non compaiano mai, se così non fosse, e me ne rendessi conto, la mia autostima collasserebbe.

Che scuola hai fatto, e che voti prendevi?

R. Ho fatto l’Istituto tecnico per periti edili e poi mi sono laureato in Architettura senza fare l’architetto neppure per un giorno. Alle superiori, ogni anno mi stupivo di non essere stato bocciato, avevo la tendenza a evitare le lezioni. Per questo all’inizio della risposta ho detto “fatto” e non “frequentato”… sarebbe stata una bugia. Molto banalmente andavo bene in italiano, per il resto ancora non so spiegarmi come abbia sia riuscito ad arrivare alla fine, in alcuni periodi i professori stentavano a riconoscermi. All’università, per forza di cose e per interesse verso l’architettura, sono stato più bravo e diligente.

Ti piace il cinema viste le diverse citazioni che hai inserito nel libro. A parte Up, che deve averti colpito molto, leggendo mi è venuta una curiosità: perché citi un film di pirati del 1960 (Morgan il Pirata) e non il più recente Jack Sparrow? Inoltre sono andata a curiosare sulla tua citazione Slittamenti progressivi del piacere, che in realtà si chiama “Spostamenti”, lo hai visto davvero?

R. Sono più affezionato al cinema di qualche decennio fa che non a quello attuale. Anche in questo caso, molto banalmente, penso che i cosiddetti effetti speciali abbiano ucciso gran parte della creatività e dell’attenzione alle sceneggiature, alla costruzione dei personaggi e, più in generale, alle sfumature, quelle che danno il senso a un’opera che dovrebbe essere d’arte. So che è un giudizio rozzo e manicheo, ma così mi viene da pensare e non posso farci niente. “Slittamenti” mi piaceva di più che “Spostamenti” per questo ho fatto il furbetto con il titolo. Gli slittamenti vanno in una sola direzione e obbediscono alla forza d’inerzia di un corpo, gli spostamenti hanno una connotazione di volontà. Comunque l’ho citato perché è un film assolutamente fuori dagli schemi del giallo classico e che anzi ne sovverte le regole. È quello che sto cercando di fare con il romanzo che sto scrivendo ora, se riuscirà ad avere appena la metà dell’originalità di quel film, ne sarei felice.

Eclissi sulle scene di sesso, ti imbarazza parlarne o fa parte del tuo savoir faire da autore scienziato?

R. Imbarazzo assolutamente no, penso soltanto che per parlare d’amore e di sesso occorra una faccia tosta che mi manca. Un po’ di presunzione va bene … ma fino a un certo punto. Credo sia stato detto tutto troppe volte per cercare di trovare un approccio, un modo, un punto di vista che garantisca sufficiente originalità. Avrei sempre l’impressione di vendere pane raffermo spacciandolo per fresco.

Nell’episodio della visita al negozio di gadget su Mussolini, hai modo di esporre il tuo pensiero in merito al fascismo. Cosa pensi dei recenti episodi di crescente violenza nella Capitale, c’è da preoccuparsi per un ritorno al movimento fascista?

R. Non credo si tratti di un ritorno del movimento fascista. Anche se in maniera più che discutibile, rifarsi a qualcosa di storico avrebbe una giustificazione pseudoculturale. Quel che vedo è soltanto ignoranza che si trasforma in impavidi pestaggi di immigrati di quaranta chili o di omosessuali che passeggiano mano nella mano. Sostanzialmente credo sia un’ignoranza indotta, presentando problematiche in modo da generare paura e potersi offrire come baluardo di difesa. È accaduto con “gli sporchi giudei” ora accade con gli immigrati o con gli zingari che, a quanto ne so io, sulla terra non sono comparsi ieri. È un fenomeno simile alla pubblicità: fino a che non la vedi non sai che avrai quel desiderio e poi, quando ti sei “innamorato” di quanto pubblicizzato, quando ne vedi di nuovo lo spot, ti fermi a guardarlo perché ti dà conferma della bontà del tuo pensiero e del tuo adoperarti per soddisfarlo. È certamente più complicato di come ho cercato di sintetizzare, ma non mi pare il caso di fare di un’intervista un trattatello di sociologia e far sfoggio di cultura riesumando la teoria dell’“esposizione selettiva” di McLuhan. Elaborazioni intellettuali a parte, quel che genera grande tristezza è la constatazione che l’umanità non impara mai niente o, se impara, tende a dimenticare con facilità sorprendente.

Oltre alla Punto, macchina ribattezzata “Puzzo” per l’odore che si diffonde al suo interno, e a “coetanista” con cui descrivi la preferenza per ragazze della stessa età, hai coniato un altro neologismo, cioè “bottigliare” a indicare l’azione di mettere fuori combattimento un energumeno colpendolo con una bottiglia sulla nuca. Speri che un giorno qualcuno di questi venga inserito nel vocabolario come è stato per petaloso?

R. Se potessi/dovessi scegliere un implicito riconoscimento come questo, mi farebbe più piacere vedere, anzi, sentire queste parole entrare nel linguaggio comune, com’è successo al linguaggio usato da Villaggio nei suoi Fantozzi. È impressionante quanto di quel modo di aggettivare e narrare sia entrato nel linguaggio comune. So che non è una citazione alta, ma tant’è, non ho sentimenti positivi per i riconoscimenti accademici. Potrei fare un’eccezione per il Nobel, ma la vedo durina.

Prendo a prestito una citazione dal tuo libro, «Forse i sogni non hanno la possibilità di farsi realtà. Forse hanno forma, materia e consistenza inadattabili alla concretezza del reale e il nostro affannarci potrebbe non avere il minimo senso», per chiederti, come nelle interviste da manuale, qual è il tuo sogno nel cassetto?

R. Visto che la risposta “la pace nel mondo” è assegnata d’ufficio alle concorrenti di Miss Italia non usurpo i loro diritti. Senza scherzare: è una domanda troppo difficile e purtroppo in ritardo rispetto alla mia età. Posso dirti un desiderio: mi farebbe molto piacere che dalla Cresta dell’upupa potesse essere tratto un film. Quasi tutti quelli che lo hanno letto (e ovviamente con cui ho parlato di questo) hanno avuto la sensazione di “leggere” un film, penso che potrebbe venirne fuori qualcosa di buono.

Per concludere ti chiedo il tuo Consiglio di lettura, qual è il libro secondo te che tutti dovrebbero leggere assolutamente nella vita?

R. Non riesco a dirne uno solo. Mi vengono in mente almeno una ventina di titoli e nel non citarli mi sento in difetto verso i libri stessi e chi li ha scritti. Con grandissimo sforzo riesco a citarne soltanto due che, per molte ragioni, sono quasi agli antipodi. Uno è Preghiera per un amico di John Irving. Questo per chi ama la narrazione “classica”. È un romanzo che tra chiaroscuri, eventi traumatici, accuratezza e capacità di intarsio della scrittura scolpisce i personaggi e li inserisce nel corso della storia con la S maiuscola con estrema naturalezza, senza mai dare l’impressione della minima forzatura. Ed è scritto con grande passione e partecipazione emotiva, a un romanzo non si può chiedere di più. Il secondo è Il ladro di gomme di Douglas Coupland. Questo per chi preferisce la narrativa maggiormente articolata e meno inserita nel solco della tradizione. Ha un approccio frammentario, per larga parte è un romanzo epistolare e in apparenza i diversi punti di vista sembrano distorti e tutt’altro che consolatori, ma penso che nessuno finora abbia narrato il terzo millennio con questa profondità travestita da superficialità. Tutto questo utilizzando una forma ormai quasi arcaica come il romanzo epistolare.

Grazie, Daniele per questa intervista e ancora complimenti per il tuo libro La cresta dell’upupa.

Grazie a te per i complimenti e per questa intervista.

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Leggi la recensione del libro di Daniele Borghi La cresta dell’upupa.

Daniele Borghi

Pagina fb: https://www.facebook.com/DanieleBorghiAutore/

Official site: http://www.agenziaedelweiss.com

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