Dario Pontuale, scrittore, saggista, critico letterario

dario pontuale
Dario Pontuale

Intervista a… uno scrittore pluripremiato, affermato critico, corteggiato da numerose case editrici per il suo lavoro di (ri)scoperta dei classici della letteratura, riproponendoli al grande pubblico di lettori in chiavi del tutto nuove e presentandoli come non è mai stato fatto prima. Tra le sue ultime produzioni, il volume Ciak si legge- CAPOLAVORI SENZA TEMPO RACCONTATI A CHI HA POCO TEMPO, che raccoglie 22 libri classici descritti dall’autore da un punto di vista originale e appassionato, due aggettivi che lo descrivono perfettamente e il saggio Una tranquilla repubblica libresca anche questo incentrato sull’indagine critica di capolavori letterari.

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Con tutti gli scrittori che intervisto apro sempre con la domanda di rito: a che età hai iniziato a scrivere e come è stato il percorso che ti ha portato a essere oggi un autore “di professione”?
R. Iniziai a scrivere durante l’università, erano brevi racconti tenuti nel pc. Un giorno pensai che potevano essere cuciti assieme da una macro trama e così nacque “La Biblioteca delle idee morte”. Lo mandai a un piccolo editore, era il 2007, e da lì è cominciata, soprattutto dopo il premio Mario Soldati.
Per la critica letteraria, invece, è un po’ diverso, la gestazione è più lunga.
Ho condotto quello che si potrebbe definire un “canonico iter scolastico”, non ho seguito corsi di scrittura creativa o stage, ma non perché sia contrario, semplicemente perché credo che la critica sia una disciplina che va imparata sul campo, tra i libri, in biblioteca e giorno dopo giorno sopra un lungo piano temporale. Mi sono laureato in Lettere, in critica letteraria, poi ho iniziato a scrivere per delle riviste letterarie, prima brevi note biografiche, poi saggi più lunghi. Dopo iniziarono le collaborazioni con le case editrici, la scoperta e le prefazioni dei classici, le curatele, le direzioni di collane, infine monografie critiche. Iniziai nel 2005, il cammino è stato lungo e c’è ancora molto da farne. Insomma, per usare un termine estremamente logoro, questa è la mia “gavetta”, una lunga scia di carta scritta.
Insistendo sul tuo ingresso nel mondo editoriale, mi interessa sapere se scrivere il primo libro tuo è stato per rispondere a un bisogno, a una necessità che non hai potuto ignorare oppure se si è trattato piuttosto di una naturale conseguenza della tua abitudine a stare costantemente  in mezzo ai libri.
R. Questo non saprei davvero dirlo, ho cominciato a scrivere dopo aver tanto letto. Esigenza connaturale? Non saprei dirlo con esattezza, è successo e poi è andata avanti. I classici mi piacevano e mi piacciono tutt’ora più di ogni altro testo, leggere i Grandi e imparare da loro, carpire i loro segreti, restare pietrificati davanti alla loro maestria, mi emoziona ancora. Credo molto nella frase di Borges, scrittore, critico e bibliotecario, che affermava: “Ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto”.
Questo vale anche per me; son più fiero d’aver letto tutto Moby Dick o L’isola del tesoro oppure Madame Bovary, piuttosto d’aver scritto dei romanzi.
Ti sei formato con gli studi della letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Cosa riscontri di maggiormente diverso (non voglio dire migliore o peggiore) nella letteratura del XXI secolo?
R. Domanda complicata e immensa, per trovare una risposta unica forse direi che quel che più riscontro nella letteratura presente è la sua “accondiscendenza”, si limita ad assecondare i gusti dei lettori, gli fa trovare nelle pagine ciò che si aspettano, li coccola pur di non infastidirli e perderli. Insomma è troppo rassicurante, mentre la letteratura deve essere pericolosa, deve far pensare, non soltanto intrattenere; deve offrire domande non risposte.
In particolare in Italia quali sono secondo te, i nomi che resteranno nei programmi scolastici delle prossime generazioni?
R. Il genio lucido e mai remissivo di Antonio Tabucchi. Ecco Tabucchi non mirava a consolare, semmai a inquietare e questo lo ha reso immenso.
Sei un autore di romanzi, di racconti, sei un saggista, un critico letterario: possiamo definirti un intellettuale a tutto tondo?
R. Intellettuale mi piacerebbe, ma non credo di esserlo. Oggi a simile termine è stata data un’accezione negativa, ha assunto il valore di “scansafatiche, parolaio, affabulatore”, lo hanno impoverito, mentre dovrebbe avere ben altro peso, dovrebbe assumere un ruolo di osservatore della società, un punto di riferimento; invece è diventata un’etichetta denigratoria. Perciò difendo gli intellettuali veri, appoggio il loro lavoro, soprattutto quando leale, ma non credo di esserlo, sono semmai “uno che scrive”. C’è chi mi chiama “scrittore” e chi “critico”, comunque resto “uno che scrive” e questo mi basta per sentirmi fortunato.
Ci descrivi il tuo pubblico e la giornata tipo di un autore come te?
R. Credo, e sottolineo credo, sia un pubblico che non si ferma alla prima impressione e vuol capire cosa c’è di altro oltre a ciò che si vede. A me piacciono le anime curiose perché hanno sempre qualcosa da scoprire e sarei contento se anche loro fossero così. La mia giornata è difficile da rendere in uno schema fisso, il bello di questo lavoro è l’aver giornate sempre diverse dalle altre, la routine è cosa sconosciuta. C’è qualche punto fermo, certo: leggere, rispondere alle mail e alle telefonate, andare a correre, vedere film; insomma cose normali credo, come quelle di molti altri. Non ho inserito scrivere, non per sbadataggine, ma perché non scrivo tutti i giorni, casomai correggo ciò che ho scritto nei giorni precedenti. Confesso di aver con la mia scrivania un rapporto altalenante. Interi giorni non mi scollo da lì, altri non la guardo nemmeno. Per scrivere ho bisogno di far altro prima, vivere possibilmente, altrimenti ho poco da raccontare o da commentare.
Zeno Bizanti è il protagonista del tuo romanzo Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno. Non è il solo caso in cui ci si imbatte in qualcosa di altri autori nei tuoi libri. Per soddisfare una mia curiosità che ho già avuto analizzando le opere di altri autori, ti chiedo: è una coincidenza o nella scelta del nome sei rimasto influenzato dallo sveviano personaggio?
R. Svevo è stato il mio oggetto di tesi; adoro lui, la sua scrittura, i suoi personaggi. Un omaggio mi sembrava il minimo, un tributo doveroso. Nei miei romanzi, tuttavia, il nome o il cognome dei personaggi non è mai casuale; mi diverto a sceglierne di ispirati al cinema o alla letteratura. Qualche lettore li ha scoperti e mi ha perfino scritto, ed è stato divertente rispondergli.
La tua carriera può rappresentare l’obiettivo a cui tendere per molti scrittori esordienti; sono soprattutto loro che vogliamo supportare con questa rubrica di interviste. Ricordando i tuoi inizi, c’è qualcosa che alla lunga si è rivelato un passo falso e che sconsiglieresti a chi desidera intraprendere la tua stessa professione?
R. Consiglierei di non buttare via mai il loro lavoro, perché ogni lavoro è importante, sempre. L’editoria è una macchina disposta a prendere, anzi ad arraffare, consumare e poi buttare. L’editoria attuale pubblica un libro, lo “butta” sul mercato per il tempo di un attimo e poi ne cerca uno nuovo, dimenticando che quel libro all’autore è costato mesi se non anni di fatica e sudore. L’editoria ha poco cuore, soprattutto il sistema editoriale, e ancora meno memoria e ricade sempre nella solita lamentela che “nessuno compra”, scrivo “compra” volutamente e non “legge”. Perciò consiglio a giovani autori, se credete nel sudore della vostra fronte (e dovete farlo), prima di cedere a una proposta di pubblicazione, valutate e capite bene i dettagli; le procedure, le garanzie, non permettete che la vostra passione o slancio, vengano deturpati da chi mira soltanto a sbarcare il lunario. Fate le cose per bene, la fretta è un’ansia impostavi per ridurre a brandelli, un inganno per farvi credere altro. Non vi lasciate adulare, è solo piaggeria, e siate i primi critici di voi stessi, sempre.
E se sfregando la lampada di Aladino tu potessi riportare in vita un grande della letteratura, uno dei tuoi modelli a cui domandare qualsiasi cosa, chi sceglieresti e quali domande gli faresti?
R. Sicuramente riporterei in vita Pier Paolo Pasolini, ma non per fargli domande, semmai per scusarmi di quanto diede al nostro Paese e di quanto poco abbia ricevuto in cambio. Un intellettuale VERO, ma inascoltato e scannato nel fango come un maiale.
Per concludere il consueto consiglio di lettura. Chiedo anche a te quale libro tutti dovrebbero leggere assolutamente, un must-read senza il quale non si può dire di aver mai letto veramente.
R. Domanda difficilissima, perciò rispondo a bruciapelo e con un titolo “fuori dal coro”: La vita agra di Luciano Bianciardi, uno degli scrittori più acuti e illuminati che il nostro Novecento abbia avuto. Un autore dimenticato, ma dalla potenza inaudita. Un capolavoro che lascia spiazzati, così come il bellissimo film con la regia di Lizzani e l’interpretazione di Tognazzi.
La vita agra è l’amore per la vita e l’odio per l’edonismo, l’onestà intellettuale contro l’ipocrisia dilagante.
Grazie, Dario, di questa intervista e ti verremo a trovare alla Fiera della Piccola Editoria di Roma dove presenterai un tuo nuovo lavoro di prossima pubblicazione. Ricordiamo ai lettori che invece il 14 novembre 2017 presenterai Ciak, si legge alla Fondazione Mario Luzi di Firenze.
Dario Pontuale

 

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