pseudonimo sì, pseudonimo no

pseudonimo
Un pretesto di discussione per gli scrittori all’inizio della loro carriera è quello della scelta su come firmare i propri libri: adottare uno pseudonimo o lasciare il nome vero?
Ci sono autori che hanno scelto un nome diverso per firmare una sola opera, per sperimentare il successo e la loro capacità senza il “peso” di un nome ormai riconosciuto. Altri lo hanno adottato per tutta la carriera, altri per ragioni legate all’epoca in cui sono vissuti; è il caso delle sorelle Brontë, che dovettero eludere i pregiudizi assumendo nomi maschili rispettivamente Charlotte, Emily e Anne divennero Currer, Ellis e Acton Bell. Stesso motivo spinse le due autrici Mary Ann Evans e Amantine-Lucile-Aurore Dudevant, a firmarsi come George Eliot la prima e George Sand la seconda.
Jane Austen pubblicò in forma anonima salvo indicare come autore “a lady”, una generica donna…
Esempi celebri che possono essere presi a riferimento sono: J.K. Rowling – Robert Galbraith, Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto – Pablo Neruda (lui dovette cambiare nome perché osteggiato dalla famiglia), Alberto Pincherle – Alberto Moravia, Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski – Joseph Conrad (lo scrittore nato polacco, naturalizzato inglese, aveva un nome originario davvero difficile da ricordare). Forse era una moda del momento perché anche Jack London si chiamava in realtà John Griffith Chaney. L’elenco non è affatto esaustivo e di egregi alias ce ne sono molti di più.
La mia preferita è Dame Agatha Mary Clarissa Miller alias Agatha Christie che cambiava pseudonimo a seconda del genere di libri, per cui se invece di gialli, scriveva romanzi rosa, si firmava Mary Westmacott. Un vero mito.
E non dimentichiamo le annose elucubrazioni sul fatto che Shakespeare si considera un nome d’arte.
E allora, se l’hanno fatto questi grandi autori, di nascondersi dietro un nome falso, perché non indossare anche noi piccoli esordienti la stessa maschera? Perché un esordiente di oggi non avrebbe il diritto di eclissare allo stesso modo il suo vero nome? Qualunque sia la ragione che spinge a farlo, chi scrive deve poter mantenere l’anonimato. Come si spiega allora che nel mio piccolo entourage, io non abbia conoscenze dirette né amicizie di scrittori che abbiamo scelto uno pseudonimo per i loro libri? Questo mi porta a una riflessione: nessuno che lo abbia fatto, io invece sì. Proprio così: quando mi sono “buttata” nella scrittura del mio primo libro – ridendo e scherzando quasi dieci anni fa – prendevo la cosa molto poco sul serio, anzi era tale la convinzione che la voglia di scrivere sarebbe sfumata da lì a pochi mesi che non ho voluto contaminare la mia esistenza “normale” con quello che ho creduto un capriccio momentaneo. È stata questa la mia motivazione.
Ma mi sbagliavo. La voglia di scrivere è rimasta, con i suoi trend altalenanti, lo pseudonimo: dismesso.
Qual era? Alice Quaranta. Questo il mio alter ego. Se il cognome fu preso in prestito al mio affezionato compagno di banco del liceo, Alice è la protagonista del libro che più di tutti ha incendiato la tentazione di scrivere: La solitudine dei numeri primi. Ma questa è un’altra storia.
In conclusione, viva gli pseudonimi, viva le maschere che ci proteggono, viva Fibonacci!

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