La scoperta dell’alba | Walter Veltroni

Aspettare l’alba può diventare uno dei pochi riferimenti della vita. È quello che accade al protagonista di questo romanzo, breve, intenso, bello, anzi molto.
lascopertadellalba
La storia è appassionante e addirittura, l’ho trovata originale. La struttura narrativa è duplice e intreccia un primo contesto che descrivere la vita di un medio borghese che lavoro all’archivio e passa tutto il suo tempo a leggere, catalogare diari scritti da altre persone, e di queste persone si impossessa dell’identità, temporaneamente, in modo da vivere cento, mille vite diverse dalla sua (chi non ha sognato almeno una volta di fare altrettanto?).
Sembrava questo il filo conduttore, ma appena dopo poche pagine, l’autore arricchisce l’esistenza del protagonista svelando un aspetto che sposta l’attenzione del lettor e lo commuove: l’uomo ha una figlia affetta da sindrome di Down, una dolce affettuosa figlia che sconvolge l’equilibrio familiare (c’è anche un figlio maggiore) e mette a durissima prova il loro matrimonio.
Quello che ho apprezzato del modo in cui si affronta questo difficile argomento, è la sincerità nell’ammettere la debolezza umana, la debolezza di una madre che, dopo aver messo al mondo una figlia “rotta”, non regge, se ne assume la colpa, ma si dilegua allontanandosi dalle responsabilità e dal dovere di occuparsi di lei. Debolezza anche di un padre, che inseguendo i suoi ragionamenti, ricordi, emozioni per trovare la risoluzione dell’altro suo misterioso dolore irrisolto, il secondo contesto della storia, si prende una pausa anche lui al dovere di curarsi della figlia adolescente, lasciando che sia il figlio maggiore, ventenne, maturo più dei due genitori messi insieme, che adora la sorella e le fa da sostegno insostituibile, a fare da padre, madre e non solo fratello alla ragazza.
Attraverso un viaggio rievocativo nel tempo egli cerca di risolvere la misteriosa scomparsa del padre, tornando ai tempi terribili il cui riverbero è ancora molto presente, che sono gli anni di piombo nell’Italia dei ’70. Anche questa parte è descritta e raccontata molto bene attraverso la grandezza delle emozioni che colpiscono come i colpi di pistola o le bombe, i sentimenti delle persone, dei figli, dei fratelli, delle mogli che hanno subito un lutto per mano (armata) dei terroristi.
Il viaggio nel passato si trasforma in un viaggio reale in quegli anni bui, quando il protagonista, allora tredicenne viveva i giorni della scomparsa del padre, del dolore che ne è seguito e che ha segnato un destino per la sua vita e quella di sua madre rimasta sola. Come in tutte le scomparse, il dolore più grande è quello di non sapere, non sapere se l’uomo è andato via per proteggere la famiglia, per paura di essere ucciso, o perché è stato proprio ucciso. Impossibile svelare il finale, ma posso dire che è veramente poco scontato.
Complimenti, signor Veltroni per le ottime capacità di romanziere, perché riesce a scendere nei meandri dell’animo umano e nella forza che si scopre di avere solo quando la vita costringe a confrontarsi con le paure più grandi.

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